Neri, Maurizio

“Il fiume in piena di Flaco”, pubblicata su La Voce di Romagna 8 febbraio 2010

Ha girato mezza Italia, passando tutte le categorie calcistiche (dalla A ai dilettanti). Barba incolta e capello con zazzera nella figurina Panini, la sua caratteristica in campo era fiuto per il gol e generosità al servizio della squadra. Il romagnolo Maurizio Neri è stato un fiore a primavera a Napoli, una promessa mancata alla Lazio, capitano e capopopolo a Brescia. Racconta la sua carriera come un fiume in piena, lasciando trapelare grande amarezza solo quando il discorso si ferma a Rimini. Coi biancorossi aveva deciso di scendere in C2 sperando di gettare le basi per il futuro, si è trovato liquidato da una fredda telefonata di 30 secondi. Difficile da digerire anche a distanza di otto anni. Oggi vive a Reggio Emilia, ma guai definirlo emiliano: Neri si sente romagnolissimo.

Primi calci a Bellaria.
“Precisamente nelle giovanili della Dinamo Bordonchio. È stato Ferruccio Giovanardi, grandissimo intenditore di calcio, scomparso alcune settimane fa, a portarmi a 12 anni nelle giovanili del Bellaria, allenato da Varrella. In prima squadra ho poi esordito nel campionato di Promozione”.

A 17 anni nella Primavera della Fiorentina.
“L’allenatore era Arrigo Sacchi. Era alla ricerca di giovani da portare nel vivaio viola e così si era rivolto a Giovanardi facendomi fare un provino”.

Che va a buon fine.
“Vengo preso e vado a Firenze. Era la prima volta che mi allontanavo da casa”.

Come andò?
“Non l’ho vissuta bene, anche se, col senno di poi, dico che è stata una bella esperienza, fondamentale per la mia carriera. È durata solo un anno, quanto basta per tornarmene a casa con la voglia di smettere”.

Smettere?
“Non avevo più gli stimoli. Avevo poi deciso di finire il quinto anno di ragioneria, trascurato a Firenze. In quegli anni portare a casa un diploma aveva il suo valore. La mia famiglia, giustamente, spingeva perché completassi gli studi”.

Chi l’ha convinta a riprendere a giocare?
“Giovanardi e Varrella, quasi mi costrinsero a tornare nel Bellaria. Riprendo nel campionato di Promozione, dove esplodo: 25 gol fatti, secondo posto in classifica dietro all’Argentana. Il mio nome inizia a girare nell’ambiente del calcio”.

Tornando al periodo di Firenze: che tipo era Sacchi?
“Un innovatore che mangiava calcio dalla mattina alla sera. Diciamo che noi giovani siamo stati quasi delle cavie per i suoi esperimenti. Ricordo sempre una sua frase: «in una stagione avete fatto il lavoro di tre anni di una squadra di professionisti». In effetti si arrivava a sera che eravamo stanchissimi, impossibile però dimenticare le cose imparate con lui”.

Dopo Bellaria, nel 1985 passa al Fano in C1.
“Giocai due anni. Il primo tra alti e bassi, colpa di un equivoco nel ruolo: sono nato esterno di fascia, le tante reti realizzate a Bellaria mi avevano trasformato punta centrale, posizione non mia. E così a Fano mi trovavo sempre con le spalle alla porta, faticando a trovare gli spazi”.

Chi la riporta sulla fascia?
“Giorgio Ciaschini, il mister che è stato poi il vice di Carlo Ancelotti, e che a Fano subentra a Osvaldo Iaconi. Purtroppo però ci pensa la sfortuna a mettersi contro, con il primo dei miei due grandi infortuni di carriera: un tremendo colpo alla testa, mi causa il coma e sei mesi di inattività. Per mia fortuna il Fano continua a credere in me e mi lascia il tempo di recuperare. Così ritorno a giocare”.

Risultato?
“Insieme a Madonna vengo segnalato tra i migliori giocatori di fascia della C1”.

L’anno dopo va alla Reggiana sempre in C1.
“La città della mia vita visto che ho trovato moglie e ancora oggi ci abito. L’obiettivo era il salto in serie B, purtroppo arrivammo a ridosso delle prime. Malgrado un’annata così così, Reggio mi apre le porte al salto di categoria”.

Perché?
“Mi vuole l’Ancona in B. Pochi mesi dopo mi trovo in serie A al Napoli, al fianco di Maradona, Careca, Carnevale. Tutto questo in maniera velocissima”.

L’avrebbe mai detto?
“Quando ero ragazzino, seguivo le partite del Bellaria aggrappato alla rete e mi chiedevo se un giorno avrei mai giocato in quel campo”.

Cosa si è risposto, visto che a 23 anni si ritrova a giocare col Pibe de oro?
“Che è importante avere delle ambizioni, ma è necessario fare un passo alla volta. Appena pensi di essere chissà chi ecco che qualcosa ti va storto”.

A Napoli gioca una parte di stagione.
“Facevo la riserva, davanti avevo gente piuttosto forte. Di più non potevo chiedere. A me comunque andava bene così. Poi mi sono tolto le mie soddisfazioni: 2 gol in serie A, una presenza in Coppa Uefa (poi vinta dal Napoli, nda), molte in Coppa Italia, trofeo perso in finale contro la Sampdoria”.

Com’era Maradona?
“La prima volta che l’ho visto me lo sono mangiato con gli occhi, neanche fosse una bella ragazza. Oltre alle qualità del campione, aveva un pregio: chi vestiva la sua maglia era degno di stare con lui. Era un suo pari. Qualità che ho visto in pochi”.

A Napoli gioca solo un anno.
“Malgrado le poche presenze, avevo fatto di tutto per rimanere. Mi interessava vivere quel calcio, atteggiamento oggi piuttosto raro. Purtroppo il Napoli si era rafforzato ulteriormente e così dopo la preparazione sono stato ceduto al Pisa di Romeo Anconetani”.

È un ritorno in B.
“L’allenatore era Lucescu. Arriviamo secondi dietro il Torino, conquistiamo la serie A. E così l’anno dopo mi ritrovo ancora a giocare nella massima serie, dove realizzo il gol più bello della mia carriera, in trasferta a Parma. Vinciamo 3 a 2, prendo la palla da metà campo, arrivo in area, metto a sedere Benarrivo, gol a Taffarel. La Domenica sportiva lo segnala come miglior gol del mese”.

La stagione dopo, 1991/92, alla Lazio per la consacrazione.
“Doveva essere la mia delizia, tenuto conto del prestigio della società, acquistato tra i migliori giocatori di fascia dell’annata precedente. Invece sarà la mia croce. Gioco pochissimo e con Zoff non trovo feeling. Lo sbaglio però è mio che decido di rimanere anche l’annata successiva”.

Per quale motivo?
“Avevo cinque anni di contratto e mi ero adagiato alla situazione, malgrado la Lazio avesse preso Fuser riducendo ancor di più lo spazio a me”.

Rimpianti?
“Sì, perché poteva essere il salto della mia carriera e invece non è andata bene”.

Beh, poi va a Brescia dove si afferma definitivamente.
“E’ stato un ripartire, aiutato da Lucescu. Cinque stagioni tra A e B, goleador per quattro anni di fila, dal secondo anno fascia di capitano”.

La più grande soddisfazione?
“Rispondere le due promozioni in A è scontato. Dico invece la vittoria nel torneo Anglo-Italiano nel 1993/94, in finale contro il Notts County a Wembley. Purtroppo ho sbagliato un facile gol del 2 a 0, sarebbe stata la ciliegina”.

Il momento più difficile?
“Campionato 94/95. Perdiamo quindici partite di fila. In tanti si danno dispersi e abbandonano la nave, io tengo duro fino all’ultimo. Ne vado orgoglioso, il pubblico non dimentica”.

A Brescia è una bandiera: perché finisce l’idillio?
“Colpa di una panchina nel derby di ritorno contro l’Atalanta. All’andata avevamo vinto 1 a 0, gol mio. Nel ritorno vado in panca, al mio posto gioca Andrea Pirlo. Me la sono legata al dito e così ho deciso di andarmene. Col senno di poi è stato un errore che non rifarei”.

Ritorna a Reggio, allenato da Varrella.
“Altro errore. Dopo aver girato l’Italia pensavo di fermarmi. Invece fu un’annata disastrosa, fatta di stipendi che non arrivavano, di un contratto biennale finito chissà dove. Ho così deciso di tornare a Bellaria e allenarmi da solo”.

Poi Rimini in C2.
“Avevo 34 anni e non volevo scendere di categoria. Il Presidente Bellavista premeva perché accettassi. Soprattutto dopo un’amichevole contro i suoi ragazzi dove avevo segnato di testa, giocando davvero bene. Ricordo che Cinquetti, allenatore del Bellaria, non mi voleva mandare in campo: «se ti vedono giocare finisce che vai lì», furono le sue parole”.

Così è stato.
“Non per supponenza ma in quegli anni difficilmente avevano visto un giocatore del mio livello da quelle parti. Rimini l’avevo accettata anche in una prospettiva futura, sperando di rimanervi a carriera finita”.

Come andò?
“Sono stati due anni esaltanti e un po’ sfortunati. La prima annata terminata con la sconfitta negli spareggi contro il Vis Pesaro. La seconda segnata dal mio secondo grave infortunio di carriera: nella penultima gara prima dei playoff mi cede il ginocchio. Rimango fuori 10 mesi, dura a 37 anni”.

Carriera finita?
“Al contrario mi ero preparato bene per il ritorno in campo. Che avviene contro il Mestre dove su rigore realizzo la rete del 2 a 0. Tutto lo stadio si alza in piedi e mi applaude. Pensavo di avere conquistato Rimini, invece le cose andarono diversamente”.

Cosa succede?
“Mister Foscarini e la società mi mettono da parte. Non arrivano più le convocazioni, allo stadio ci vado solo per accompagnare i giovani a vedere le partite. Ma peggio di tutti è il finale”.

Ovvero?
“Un giorno ricevo la telefonata di Ceccherini (dirigente del Rimini, nda) che in trenta secondi mi liquida dicendomi che non facevo più parte del Rimini. Avevo dato tutto me stesso, addirittura più del periodo del Brescia, sposando in pieno la causa riminese, per ricevere un trattamento del genere! Ancora oggi fatico a trattenere la rabbia”.

Non si dà per vinto, va a Forlì.
“Mi preparai bene ma giocai poco, motivo per cui ho deciso di chiudere la carriera nei Dilettanti: prima a Mirandola, poi a Monticelli dove ho iniziato ad allenare e mi sono ripulito delle tossine degli ultimi anni”.

Tempo di bilanci. La sua migliore stagione?
“Ne dico due: al Brescia in B con 14 gol, il primo anno a Rimini”.

La più deludente?
“A Forlì, cercavo il riscatto, non me ne è stata data l’occasione”.

L’allenatore a cui è più debitore?
“Lucescu, perché mi ha completato”.

Il marcatore più ostico?
“Brehme e Maldini. Mi fecero capire che se non cambiavo modo di giocare in A avrei visto poche volte la palla”.

La cosa di cui va più orgoglioso della sua carriera?
“Non sono mai stato espulso con rosso diretto. L’unica mia espulsione in Roma-Pisa 0-2, doppio giallo in pochissimi minuti per perdita di tempo”.

Capelli sempre lunghi: qualcuno l’ha mai rimproverata?
“Il Presidente Anconetani, addirittura me li tirava”.

La chiamano Flaco: perché?
“Era il soprannome di Ruben Sosa ai tempi della Lazio: Stroppa era chiamato il Gordo in quanto grosso, io ero Flaco perché magro. Per lui eravamo Stanlio e Ollio”.

Il suo primo stipendio?
“A Fano, 600 mila lire al mese”.

Passiamo alle domande romagnole. Favorevole alla Regione Romagna?
“Per indole caratteriale sono contrario a qualsiasi tipo di divisione”.

Il pregio di un romagnolo?
“L’essere solare”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Fausto Pari”.

Favorevole all’insegnamento del dialetto a scuola?
“Oddio a scuola non saprei, è importante che i giovani lo sappiano parlare. A casa mia c’era mia nonna che parlava solo dialetto”.

Una parola in dialetto?
“Una frase: am sò stòf ad zcòr sa tè”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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