Open, contro i pregiudizi

Recensione Open di Andre Agassi

Open, Andre Agassi. Il libro era rimasto lì in bella vista nella libreria per diversi anni, lo guardavo con una forma di pregiudizio. Più che a un libro pensavo a un’operazione commerciale, come quasi tutte le autobiografie, patinate, inutili, aggiustate secondo il politicamente corretto degli anni in cui viviamo, scritte esclusivamente per rafforzare il proprio ego e portafoglio. Dopo averlo letto, devo ricredermi. Come un passante che non ti aspetti, Agassi spiazza anche in punta di penna insieme al bravissimo Pulitzer, Moehringer (a proposito, se vi capita guardate The tender bar, film sublime, tratto da un suo libro).

Dicevo, Agassi esce dagli schemi. Non si preoccupa di dare giudizi sprezzanti a colleghi (Connors e Becker), non nasconde il peso e la sofferenza della rivalità (Sampras). Agassi non si descrive come un ribelle ma più semplicemente un giovane con problemi di identità a causa del difficile rapporto col padre-padrone. La sua è una continua ricerca di un punto di equilibrio condiviso insieme a un gruppo di persone, in un percorso che trova il suo compimento con Steffi Graf.

Significativi i passaggi sul campo. Su cosa passi nella testa di un tennista nel corso delle varie fasi di una partita. Il tennis è una delle discipline più individualiste che ci siano. E in un panorama sportivo che tende sempre di più ad andare oltre l’uno contro uno (nel calcio il dribbling è perla sempre più rara e le poche volte che avviene fa la differenza), nel tennis ne rimane l’essenza con tutto ciò che comporta in termini di pressione psicologica in match di almeno un paio di ore.

Sono certo che Agassi non ha odiato il tennis in quanto tale. Se parliamo di lui oggi è grazie ad esso. L’ostinazione a giocarci fino a 35 anni non può essere stato un banale atto di masochismo. Più che altro ha odiato un certo tipo di tennis fatto di disciplina, regole, metodo: doti che mal si conciliano in giovani dal carattere problematico. Quando infatti si è reso conto che il suo tennis poteva fare del bene a tanti altri, essere al servizio di una causa, ecco trovato il baricentro che cercava.

Agassi è riuscito a fare coincidere l’aspetto del campione con quello umano. Il punto di equilibrio più critico per qualsiasi celebrità.

Andre Agassi, Open, Einaudi, 2011 pp. 502

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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