Paolo Rossi il ragazzo d’oro

Riflessioni sulla mostra ‘Paolo Rossi un ragazzo d’oro’

Pochi personaggi del calcio sono riusciti a entrare nell’immaginario collettivo di una nazione al punto da varcare i confini del mondo. Troppo facile citare i nomi di Pelè e Maradona, è come battere un rigore a porta vuota. Più articolato è scovare altri nomi della galassia, alcuni saliti nell’olimpo il tempo di un lampo (Schillaci), altri che hanno resistito ai decenni e ancora oggi assurgono all’effige di una generazione. Tra questi c’è sicuramente Paolo Rossi, il ragazzo gentile, il volto pulito che ti faceva gol e quasi gli veniva voglia di scusarsi. Al Grand Hotel di Rimini sino al 30 giugno (durata troppo breve, avrebbe meritato almeno un mese) una mostra lo ricorda e merita di essere vista, “Paolo Rossi un ragazzo d’Oro” (visita ore 10-22, ingresso gratuito).

Chi ha vissuto il calcio in età giovanile a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 ha nella memoria alcuni punti fermi imprescindibili. Le partite solo la domenica, le coppe il mercoledì, la radiolina del ‘Scusa Ameri’, 90° minuto verso le 18, le figurine Panini e il Guerin Sportivo (gli almanacchi erano per i privilegiati). L’immaginazione era ancora al potere nel calcio, e in strada si giocavano infinite partite sperando di essere qualcuno. Tra i più gettonati del pantheon c’era proprio lui, Paolo Rossi. Toccava pochi palloni ma la buttava dentro come un rapace che sa azzannare la preda al momento giusto. Anche se lui sorrideva, la cattiveria non era nel suo Dna. E proprio per la sua semplicità ancora oggi tutti noi lo ricordiamo con l’affetto che si tributa a una persona a cui si è voluto bene. Perché mai ha avuto l’atteggiamento del campione sbruffone, mai ha esternato quel vezzo di superiorità che caratterizza tanti brocchi del terzo millennio.

La sua è stata una carriera fulminea, durata un decennio. È partito dalla periferica provincia del calcio a Vicenza, dove ha avuto la fortuna di incontrare GB Fabbri che lo sposta al centro dell’attacco. Arrivano così i gol che fioccano come le richieste di uno strano mercato che lo porta a Perugia. Gli infortuni prima e il calcioscommesse poi parevano (ingiustamente) affossarlo del tutto, e invece la rinascita arriva grazie a un Bearzot che lo convoca sulla fiducia. Anche qui tutto in pochi giorni, sei per la precisione, dalla tripletta a uno dei Brasile più forti della storia alla finale al Bernabeu. Così in un batter d’occhio: capocannoniere del mondiale, pallone d’oro, olimpo del mondo. Dopo l’11 luglio del 1982 bastava girare qualsiasi parte del mondo per sentire riecheggiare il suo nome.

La mostra a Rimini non fa altro che raccontare tutto questo attraverso maglie, foto, filmati e una bellissima esperienza con occhiali in 3D (da provare assolutamente). All’inaugurazione al Grand Hotel c’era anche Arrigo Sacchi, insieme al Presidente Bonaccini. Ecco, Sacchi è stato un altro che è entrato nell’immaginario di tanti nel mondo. Forse più degli addetti ai lavori anziché del popolo. A noi oggi resta la sua rivoluzione offensiva e totalizzante del calcio.

Rossi il mondiale l’ha vinto, Sacchi l’ha sfiorato. Tra cinquant’anni si parlerà ancora di entrambi. Questa è la loro più bella vittoria.

Filippo Fabbri

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