Parola di Brera

Recensione del libro “Parola di Brera” a cura di Angelo Carotenuto 

Non prendiamoci in giro: oggi Gianni Brera avrebbe pochi lettori. Malgrado una fama intatta, in pochi si prenderebbero la briga di seguire le sue trame. Perché non sono semplici e come diceva Adriano Celentano “arriva Brera, prendiamo il vocabolario”. Qualche anno fa un giovane appassionato di calcio (non ricordo il nome, ma non importa) confessò di avere letto un suo libro e di averci capito poco. C’era da comprenderlo, faticava persino Scalfari, figurarsi chi arriva da una generazione diversa. Eppure Brera è Brera. Ha inventato un linguaggio che non c’era, ha dato dignità letteraria a un “genere” che non l’aveva, ha reso dignitoso fango e piedi. Non a caso c’è tanto di attuale in lui e come i classici ha ancora molto da dirci (e darci).

Basterebbe prendere in mano il volume “Parola di Brera” a cura di Angelo Carotenuto (2012) che ho riletto dopo anni, stimolato dal trentennale della scomparsa. È impressionante la forza del suo linguaggio, decisamente colto e proprio per questo ostico in un’epoca di svilimento della parola. Il problema è che nell’età social, del finto “uno vale uno”, l’autorevolezza è venuta meno, persa nel mare magnum delle parole in quantità senza distillati di sorta. Chi sono oggi i giornalisti sportivi che godono di questa fama: dopo Mura e Sconcerti probabilmente il vuoto. Chi ha preso il posto dei Beccantini, Pastorin, Minà, Cucci, Ormezzano e via andare? Gli unici che mi vengono in mente sono Massimiliano Castellani ed Emanuela Audisio. Probabile che nel mio provincialismo mi sia un po’ distratto ma temo che la crisi dei quotidiani si porti dietro anche quella delle penne d’autore.

E allora mettiamo da parte il leopardismo e gettiamoci nelle “Parole di Brera”, lettura godibilissima che ha accompagnato il mio periodo natalizio. Alcuni passaggi sono notevoli. Ne cito alcuni: “Pecci, omarino lento e breve, dai piedi troppo lunghi”; “Benetti: il suo piede restava teso anche in caso di ritardo: e faceva squassante giustizia di ogni umiliazione”; su Pertini nel 1982: “Sento che un giorno scriveranno gli storici di quest’uomo semplice e vero, proponendolo come esempio ai successori”; sugli inglesi all’Heysel: “si vergognino quei popoli che, atteggiandosi a civili, mandano per il mondo questi mascalzoni efferati e ahimè più volte recidivi nei loro eccessi delittuosi”; “Diego Armando era Baudelaire, poeta sublime”; “Il Trap si è confermato il più formidabile tecnico di scuola italiana” (dopo lo scudetto dei record dell’Inter); “bassaiolo Bergomi” e “bergorusso Vierchowod”.

Ma al di là di queste pillole c’è un punto che Brera rimarca in ogni occasione e che sarebbe bene che tornasse d’attualità: la storia. Non quella degli storici – che ci vorrebbe sempre, anzi di più – ma delle tradizioni, della cultura, del Dna. “Non si vince un Mondiale senza storia”, scrive il grande giornalista. E ancora: “Al calcio detto italiano siamo giunti per assidui esperimenti, convinti alla fine di esprimere traverso quello il meglio della nostra indole, la quale si è così plasmata nei millenni, non si è certo improvvisata con la scelta d’un modulo tattico, e ancor meno per un ordine dall’alto”.

Filippo Fabbri

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