Per chi è andata a morire l’Agnese?

Amare riflessioni su un classico della letteratura di impegno civile

Ho letto il libro, meglio sarebbe dire il classico, di Renata Viganò, “L’Agnese va a morire” (Einaudi, 1994). Un libro da fare leggere e rileggere ai giovani d’oggi. Anzi, non solo ai giovani ma a tutti. È stato scritto più di 70 anni fa con la speranza di un impegno civile per le generazioni future, eppure mi ha lasciato un’incazzatura che (forse) era meglio se non l’avessi letto; se avessi solo sentito parlare di questo volume e mi fossi limitato alla copertina.

La rabbia nasce dalla storia di un’Agnese realmente esistita, come spiega l’autrice nella postfazione. Dovrei ammirarla, parlare con deferenza di lei, inchinarmi al solo nome per le sue scelte spontanee, dettate dalla straordinarietà di eventi che l’hanno proiettata nella Storia (la maiuscola è voluta). E invece mi fa ribollire il sangue. Perché? Perché i libri “purtroppo” non sono neutri. Conta anche il momento nel quale vengono scritti e soprattutto letti, malgrado parole e trama siano gli stessi, sempre. Un classico è tale se ha qualcosa da dirci anche oggi. E purtroppo la Viganò ci dice che queste persone hanno lottato, fatto sacrifici immensi, dato persino la vita per una “povera patria” per citare Battiato. Leggere l’immensità tutt’altro che retorica delle Agnese di quegli anni e metterla a confronto con la storia degli ultimi 20 anni mi fa incazzare. Mi provoca un senso di ribellione che si fa impotenza.

Ma ne valeva la pena dare tutto sé stessi per una società civile e una classe politica che non ha il minimo senso del bene comune? Non so quanti ci hanno fatto caso ma proprio questa parola – “bene comune” – è scomparsa dal linguaggio. L’interesse generale, il senso dello Stato, sono stati annientati dall’unica religione dei nostri tempi: il denaro. Che tutto ammette, tutto rende lecito, persino l’illecito.

L’Agnese va a morire è una delle opere letterarie più limpide e convincenti che siano uscite dall’esperienza storica e umana della Resistenza. Un documento prezioso per far capire ai più giovani e ai ragazzi delle scuole che cosa è stata la Resistenza: una guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia”. Così scrive Sebastiano Vassalli nella prefazione del volume scritte nel 1974. Parole piene di una speranza che purtroppo si è persa per strada…

Filippo Fabbri

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