A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Pubblicato su La Voce di Romagna 22 settembre 2010, “Quando gli yuppies tifavano Platini: gli anni 80 del nostro calcio. Da Maradona a Sacchi”

Se un marziano sbarcasse sulla terra e giusto per farsi un’idea dell’Italia di trent’anni fa s’imbattesse nel programma della maggiorata (“non rifatta”, ha sempre sottolineato) Sabrina Salerno, “Mitici ‘80”, son certo che se ne andrebbe a gambe levate dal nostro pianeta. Mai programma televisivo ha fatto scempio di un decennio, per un trash elevato all’ennesima potenza. Per rifarsi gli occhi, ma solo quelli perché di libro si tratta, meglio ripiegare sul volume di Marco Innocenti e Carlotta Scozzari, “Quando gli yuppies tifavano Platini” (Mursia, pp. 184, euro 17,00).
Sgombriamo subito il capo dagli equivoci: questo è un racconto sul calcio nel decennio d’oro, quando a tutti gli effetti il nostro era davvero il campionato più bello del mondo. È il racconto di un’Italia che decide di uscire dall’isolamento in cui si era cacciata dopo la figuraccia coreana (il nome Pak Doo Ik ricorda qualcosa?), e sceglie di riaprire le frontiere. Lo fa in anni in cui c’è tutto un fermento sociale, esplosione di colori, suoni e creatività. “L’uomo nuovo vuole vivere e non cambiare la società”, scrivono gli autori, frase tanto realista, quanto guardata con sinistri occhi dai reduci di ’68 e ’77.
Gli anni si aprono col liberismo sfrenato di Reagan e si chiudono con la caduta del Muro berlinese e il sangue versato sulla piazza di Tienanmen. È in questo contesto che la “religione di tipo laico” (Montalbàn), esplode nella sua virulenza e proietta la nostra penisola sul tetto del mondo. Il 1982 ci vede campioni in Spagna, vittoria esemplificata dall’urlo gladiatorio di Tardelli e dal Presidente-ultras Pertini. E sempre in quegli anni importiamo il meglio del calcio in circolazione: Falcao, Maradona, Zico, Van Basten, Gullit, Rumenigge e tanti altri. Altro che vinelli di quarta fascia, da noi arrivano le bollicine migliori.
Non paghi facciamo di più: rivoluzioniamo lo sport, creandoci un nostro champagne. E chi se non un romagnolo, popolo mai abituato alle mezze misure, poteva fare ciò? Il suo nome è Arrigo Sacchi, da venditore di scarpe in quel di Fusignano, a maestro di piedi e tattica a livello mondiale. Vince poco tra le mura di casa (solo uno scudetto), tantissimo nel mondo (due Coppe Campioni, due Intercontinentali). Tanto basta per svecchiare il nostro football. Anche perché le sue non sono vittorie qualunque, tutt’altro; arrivano attraverso la predicazione di un Verbo nuovo: intensità, squadre corte, corsa allo stremo, collettivo all’esasperazione, ricerca dello spettacolo. È un modo nuovo di concepire il pallone destinato a lasciare il segno. Anche se gli anni ’80 non sono solo Sacchi.
Nel libro trovano spazio la Juve di Le Roi Michel Platini, l’Inter dei record dei panzer del Trap, il Napoli di Maradona, e soprattutto gli ultimi due miracoli del nostro calcio: lo scudetto del Verona (1984/85), quello della Sampdoria (1990/91). Vittorie specchio di un calcio aperto al mondo che sapeva ancora far sognare la provincia. Erano anni più democratici, anche se in nuce contenevano i virus infetti che ne avrebbero mutato il dna e oggi sotto gli occhi di tutti.
