Quella volta di Beckenbauer a Fiumicino

Quando il kaiser si è “materializzato” in un capetto di periferia

Chi è cresciuto calcisticamente negli anni ’80 e ha avuto velleità di “liberaggio”, inteso non a scorazzar libero in mezzo al campo ma in qualità di diga da ultimo uomo, non poteva prescindere da due totem: l’eleganza dell’ancora oggi indimenticato Gaetano Scirea e la concretezza di Franco Baresi. Azzardar oltreconfine lo sguardo portava al pret e porter di Rudd Krol e alla durezza (spesso cattiva) del campione del mondo Passarella. Difficile uscire dal seminato di questi quattro ogniqualvolta si parlasse di un ruolo considerato oggi da boomer del pallone. È vero che c’erano anche i Graziano Bini dell’Inter, Roberto Tricella dello scudetto veronese, Agostino Di Bartolomei con la dinamite al piede ma erano una nicchia per pochi eletti, giusto i tifosi che cercavano qualcosa d’altro per uscire dai soliti noti.

In siffatto panorama il nome di Franz Beckenbauer assurgeva a entità divinatoria di cui si era sentito tanto parlare ma poco si era visto. Perché negli ’80 se ne era andato a cercar gloria, meglio i dollari, in quegli Usa nuova mecca calcistica che ancora oggi non ha preso il volo. E in fondo erano gli anni del suo fine carriera, il meglio era stato riservato a quelli della generazione precedente che ancora si lustravano gli occhi al solo citar la partita del secolo (Italia – Germania 4-3) e le tre vittorie della Coppa Campioni con la maglia del Bayer Monaco.

Quindi quando giocavamo nei campetti o in mezzo alla strada – perché fortunati noi che ancora potevamo – chi aveva il pallone tra i piedi citava qualcuno del quartetto di cui si è detto e raramente, almeno in periferia, si sentiva riecheggiare il nome del kaiser tedesco che ci ha lasciati da poco. Una scivolata richiamava a Baresi, una uscita elegante palla al piede dalla propria area portava a Scirea.

Questo fino al giorno di un anno che non ricordo (il decennio è il Duemila), in quel di Fiumicino, quando all’improvviso si “materializza” Beckenbauer. No, non parlo dell’aeroporto di Roma bensì del posto periferico tra Gatteo e Savignano sul Rubicone. Si giocava la partita tra Centro Giovani e Thirteen (non cercatela negli almanacchi, l’unica memoria è in chi c’era). Da una parte il Centro Giovani all’italiana di mister Beddu (Giuseppe Gridelli), dall’altra un innovativo gioco in stile sacchiano con pressing e squadra corta merce rara in quegli anni nei campionati Uisp (Thirteen). Da una parte c’era il libero (ero io) insieme allo stopper, quel giorno al nome di Stefano Bianchi, uno talmente feroce che chiedeva scusa al pallone nel momento di prenderlo a calci. Dall’altra una retroguardia in linea con uno spregiudicato fuorigioco quasi all’altezza della metà campo. Erano talmente corti che a un certo punto il prode Bianchi, anticipa il centravanti, si incunea nelle maglie avversarie, e con un provvidenziale cost to cost si trova davanti al portiere avversario: gol. Una perla di rara bellezza, ancora più splendente per avere trovato luce in uno stopper.

In una tribuna che non c’era i tifosi applaudono, le mani quasi si spellano per la prodezza, voci e urla sono concitate. Poi a un certo punto tutto si placa, se non una voce che si alza nel silenzio. L’unica. È quella di Bill, sammaurese doc, all’anagrafe Paolucci, che ci ha lasciati alcuni anni fa. Poteva dire tante cose, grida la più inaspettata: “Bianchi tam pèr Beckenbauer”.

Bianchi ringrazia per il momento di gloria. Lo stesso fa il campetto di Fiumicino, per un giorno negli annali (di pochi eletti) per avere visto “materializzato” Beckenbauer. Non dell’originale si trattava, ma a noi provinciali è andato pur bene così.

Filippo Fabbri

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