Chiuso per calcio, Eduardo Galeano

Il grande scrittore in questa raccolta di scritti sul calcio

Me lo immagino Eduardo Galeano chiuso in casa allo scoccare dello start dei Mondiali, sulla porta il cartello affisso ‘Chiuso per calcio’. Appollaiato sul divano, birra fresca, per un mese eclissato davanti alla televisione. Nell’intimo suo sperava in un nuovo Maracanazo, perché il “calcio è l’unica religione senza atei” e non si sa mai che un altro miracolo possa avvenire. Ma quello che a lui interessava non era la palla oggi vivisezionata in tutte le sue sfumature in favore di telecamera, ma il contorno, quello che ruota intorno al pallone. Quell’essenziale che è invisibile agli occhi e che lui dà forma nei racconti e nelle parole raccolte nel volume “Chiuso per calcio” (Sur editore, 2023).

Sono stati due i libri che hanno segnato il mio ritorno di fiamma al calcio, dopo gli scellerati anni universitari dello snobismo imbevuto di calcio oppio dei popoli: Nick Hornby con ‘Febbre 90 minuti’ e ‘Splendori e miserie del gioco del calcio’ di Galeano. Entrambi usciti in Italia nel 1997 mi hanno riacceso passioni inspiegabilmente sopite da uno strano ideologismo che mi ha pervaso all’inizio degli anni ’90.

Prendere in mano un nuovo volume dello scrittore uruguagio scomparso nel 2015 non ha fatto altro che riaccendere le emozioni di quegli anni insieme alla profondità di pensiero di un grande intellettuale militante. Sì, perché la neutralità non ha mai attinto in Galeano, la sua è sempre stata una scelta di campo in un’unica direzione: in favore dei più deboli, degli sfavoriti, di quelli che sovvertono pronostici che gli allibratori pagherebbero a cifre impossibili.

Il calcio è lo specchio del mondo, e io nei miei libri mi occupo della realtà”, dice. E c’è da credergli dal momento che “il calcio continua a essere una delle più importanti espressioni dell’identità culturale e collettiva, di quelle che in piena era di globalizzazione obbligatoria ci ricordano che il meglio del mondo sta nella quantità di mondi che il mondo stesso contiene”. E a chi gli fa notare che è il caso di occuparsi di cose più serie, confessa di essere “un consumatore dell’oppio dei popoli, reo confesso”.

Insomma, il calcio per Galeano è lo specchio della realtà. E se negli ultimi tempi ci sono giocatori sempre meno vocati a fantasia e dribbling per far posto a soldatini disciplinati tatticamente come un esercito fedele, ecco tutto questo non è altro che il riflesso di uno sport che si è fatto prodotto globale nel quale conta solo il risultato. Il Campionato del mondo del 2006 ne è lo specchio fedele: “così come il mondo dei nostri tempi, che fabbrica in serie i modelli di successo, meritava questo campionato mondiale mediocre”. Poi c’è la questione commerciale che sopravanza tutto, al punto che “ogni giocatore di calcio è un cartellone pubblicitario ambulante, però la Fifa non permette che i giocatori portino messaggi di solidarietà sociale”.

Eppure in un quadro siffatto, a tratti sconsolante, il suo amore per questo sport non cambia di una virgola. “Nonostante tutti i nonostante, il calcio è una passione universale”. Come si fa a non essere d’accordo con lui!

 

Voto: 9/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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