A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
L’Italia vinse il suo primo Mondiale per meriti sportivi o influenze politiche?

Chi ha la fortuna di visitare il Museo del calcio a Manchester nella sezione relativa ai Mondiali troverà quelli relativi agli anni 1934 e 1938. Li ha vinti l’Italia, solo che secondo i curatori quella vittoria è del fascismo. Non dei giocatori in campo. Il marchio della dittatura è indelebile. Come se nel Mundial 1982 fosse Pertini il trionfatore, nel 2006 Napolitano, specificando ovviamente che si tratta di un’Italia democratica.
Il libro di Mauro Grimaldi, “1934. Campioni del mondo” (Lab DFG editore, 2024), al contrario, ci dice che la seconda Coppa Rimet della storia, l’Italia l’ha conquistata sul campo. Non è arrivata per favori politici e sportivi. Perché quella squadra era davvero forte, parte di un ciclo che porta i colori azzurri ad essere protagonisti indiscussi negli anni Trenta nel panorama internazionale. Un decennio aperto dalla vittoria della Coppa Internazionale nel 1930, bissata cinque anni dopo in una competizione che metteva a confronto la nostra nazionale con quelle del calcio danubiano. Dopodiché sono arrivate le due vittorie Mondiali (1934 e 1938), inframmezzate dal titolo olimpico nel 1936. Che tutto questo potesse essere frutto solo di benevolenze verso il fascismo appare alquanto semplicistico, soprattutto sul piano storico, dove troppo spesso gli avvenimenti vengono giudicati sul modello “bianco e nero” dove tutto è bene o male. L’analisi delle sfumature è vietata.
Ecco perché il libro di Grimaldi, a tutti gli effetti lo storico italiano della nazionale, è importante: perché distingue tra evento sportivo e regime senza negarne la commistione. Che il fascismo abbia utilizzato questo evento per fini propagandistici non deve essere messo in discussione. L’interesse per lo sport avveniva per motivi socio-culturali (la gestione del tempo libero ma più in generale di tutte le aree della vita privata) e soprattutto politici (forgiare l’uomo fascista sul modello del duce). “Il controllo dello sport restava, nei progetti del fascismo, uno dei principali obiettivi per la costruzione della nuova Italia”, scrive Grimaldi.
Da qui un investimento monstre nell’impiantistica sportiva e la disponibilità ad ospitare i campionati del mondo di calcio per la prima volta nel nostro Continente dopo il mezzo flop in Uruguay per le troppe assenze delle squadre europee. L’evento diventa così una vetrina internazionale per rappresentare “l’immagine di un paese vincente sotto l’abile regia del fascismo”. Un Paese guidato da un condottiero venerato con un vero e proprio culto, tanto da fare di Mussolini il primo “sportivo d’Italia” (Lo sport fascista), ed arrivare a idiozie come quelle de Il calcio illustrato che si spinge a scrivere: “Chi non riconosce oramai che il duce è il primo uomo sulla terra?”. E dopo la vittoria nella semifinale contro i forti austriaci, Giorgio Vaccaro, Presidente della Fgci, arriva a dire: “Tutto questo non si sarebbe potuto ottenere se gli atleti non si fossero sentiti sostenuti dall’interessamento costante del duce del partito”.
Insomma, se questo era il contesto in cui ci si muoveva la domanda fondamentale rimane sempre la stessa: la vittoria della competizione è stata influenzata da tutto questo? Grimaldi sostiene di no. Al di là di qualche indubbio eccesso in alcune gare, la supremazia è avvenuta sul campo tanto da superare tre delle forti pretendenti al titolo come Spagna, Austria e Cecoslovacchia nella finale. Il dibattito non si chiuderà di certo con questo libro. Quello che rimane importante è non inficiarlo con pregiudizi ideologici.
Voto 8.5