Arrigo, Jvan Sica

Pubblicato su Romagna Gazzette, “La rivoluzione di Arrigo”, maggio 2015. L’articolo originale: QUI

Alcuni anni fa in Romagna ci si chiedeva come fosse stato possibile che un paese come San Mauro avesse sfornato negli anni ’60 e ’70 così tanti campioni del calcio. Una delle risposte, senza pretesa di scientificità, era che siccome si producevano belle scarpe era inevitabile che nascessero giocatori coi piedi buoni. Applicando il teorema alla vicina Fusignano, altro distretto della scarpa, potremmo trovare conferma a quanto detto sopra: nella cittadina del ravennate le scarpe non hanno mai raggiunto le vette “pascoliane” e per forza di cose nessun buon giocatore è cresciuto ai massimi livelli.

Peccato che la teoria trovi una smentita scavando nell’humus della cittadina. Perché Fusignano non ha prodotto un campione del livello di Gino Stacchini (4 scudetti e 3 coppe Italia con la Juve), tuttavia ha dato alla luce il più grande rivoluzionario del calcio dei tempi moderni: Arrigo Sacchi. Ce lo ricorda Jvan Sica nel volume “Arrigo. La storia, l’idea, il consenso, la fiamma” (Edizioni inContropiede). Quella di Sacchi è stata una cesura culturale sotto tutti i punti di vista, una ribellione al genoma difensivistico del calcio italico e alla sua storia. La teoria breriana dell’italiano furbo e contropiedista per le poche proteine di popolo malnutrito, viene soppiantata da un metodo i cui vocaboli sono: zona pura-pressing-fuorigioco-movimento. Il calcio passa da una concezione di gioco individuale a uno collettivo, che per una tradizione come la nostra con alle spalle tre mondiali vinti significa “far vedere un Picasso o un Pollock a un pubblico cresciuto ed educato solo a Raffaello e Michelangelo” (Sandro Modeo).

La bravura e la fortuna di Sacchi è stata non solo nell’avere avuto un’Idea ma nell’avere trovato il terreno ideale dove applicarla: l’ambizioso Milan di Berlusconi, figlio della cultura tutta sorrisi anni ’80, al quale non bastava vincere, voleva anche stupire il mondo intero. Il romanzo di Sica convince soprattutto nel racconto della genesi che ha portato l’uomo di Fusignano, da un presente già scritto nell’azienda paterna di scarpe, a un futuro visionario destinato a lasciare un segno indelebile.

Le prime scintille avvengono nel 1968 a Monaco, nella fiera della scarpa. Sacchi deve allestire lo stand ma decide di fare un salto all’allenamento del Bayern Monaco allenato da Cajkovski. Il metodo di lavoro del mister jugoslavo lo fulmina, al punto da dimenticare la fiera e subire pesanti rimproveri del padre. È il primo crogiolo di un’Idea, che nel 1982 lo porterà a contestare insieme a Zeman le idee “stantie” di un’autorità come Eugenio Bersellini a Coverciano. Poi la gavetta in club di seconda fascia, sino ai quattro anni al Milan destinati a cambiare per sempre il calcio, e farci capire che la teoria piedi-buoni-belle-scarpe proprio non ha nessun fondamento.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: