Calcio Nero, Giovanni Arpino e Alfio Caruso

Inchiesta giornalistica sullo scandalo del calcioscommesse del 1980

Del Giovanni Arpino calcistico si parla quasi esclusivamente del suo “Azzurro tenebra” che ancora oggi rimane una pietra miliare nella letteratura sportiva. Meno invece della sua attività di giornalista sulle colonne de La Stampa e Il Giornale contraddistinte dalla quotidianità delle cronache del tempo. In questo contesto va collocato “Calcio nero” pubblicato nel 1980 insieme al collega Alfio Caruso uscito per Feltrinelli. La data di pubblicazione di questo libro è importante perché racconta col taglio del giornalismo d’inchiesta il primo grande scandalo del pallone, ovvero il calcioscommesse. Tutto nasce quando due romani – il commerciante di frutta al nome di Massimo Cruciani e il titolare di un ristorante Alvaro Trinca – scoperchiano il vaso di pandora di un sottosistema di scommesse clandestine che coinvolge parecchi professionisti in serie A e B. Il caso erompe nelle cronache nazionali quando il 23 marzo del 1980 le forze dell’ordine eseguono una serie di arresti al termine delle partite della domenica raccontate in diretta tv dall’Olimpico da uno scaltro Giampiero Galeazzi, tra lo sguardo sbigottito di Paolo Valenti insieme a milioni di italiani.

In quegli anni l’unico gioco d’azzardo consentito era il Totocalcio mentre le scommesse erano possibili solo per l’ippica. Questo in via ufficiale. Poi c’era un mondo sotterraneo, ma neanche tanto, dove si puntavano fior di quattrini sui risultati delle partite di calcio, con il coinvolgimento di calciatori disponibili ad “aggiustare” i risultati dietro lauto compenso. La denuncia di Cruciani e Trinca nasceva dall’essere stati ingannati da calciatori prodighi di promesse nel combinare le partite salvo in diversi casi venire raggirati per risultati diversi da quelli pattuiti. Situazione per cui si sono ritrovati in un mare di debiti che li hanno spinti a denunciare il sistema.

Il libro di Arpino e Caruso nelle 168 pagine racconta tutto questo, citando buona parte delle carte delle inchieste che si erano sviluppate nel doppio canale della giustizia ordinaria e sportiva. Raccontano i due giornalisti, che dalla lettura dei tanti verbali “si esce con un senso di vertigine, con un mal di testa che sconvolge le nostre cognizioni e le nostre belle sicurezze di sportivi (cronisti, critici, tifosi, esperti o appassionati, cinici anche o fiduciosi)”. E se il calcio è lo specchio della società questa non può che uscirne con le ossa rotte (“a società malata corrisponde calcio infetto”). Ma quello che lascia ancora più esterrefatti i due è vedere come un sistema che movimenta così tanti soldi, tra ingaggi e mercato, finisca per essere messo in crisi da un duo che si muove tra i mercati generali della frutta e la ristorazione. Possibile che solo quei due personaggi fossero alla base di un sistema del genere? E soprattutto che lo sport già a quei tempi più popolare nel nostro Paese avesse fondamenta così fragili?

Sentenze alla mano, Arpino e Caruso lanciavano un atto di accusa sul sistema calcio degli anni Ottanta che doveva “pagare un suo urgente battesimo di purificazione” per ritrovare credibilità. Leggere un libro pubblicato 46 anni fa ha senso se descrive un certo periodo e nello stesso tempo ha ancora qualcosa da dirci oggi. In una parola, se ci ha insegnato qualcosa.

A quasi mezzo secolo di distanza da quei fatti il sistema ha realmente imparato la lezione? Nutro seri dubbi visto che oggi si può legalmente scommettere persino su una partita di Prima categoria!

Voto 8.5

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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