Cuori rossoblù, Luca Telese

Lo scudetto del Cagliari raccontato da un libro che va oltre lo sport

Per comprendere il calcio d’oggi bisognerebbe leggere il libro di Luca Telese, “Cuori rossoblù” (Solferino, 2020) sul mitico scudetto del Cagliari. Non per chissà quale svelamento di tattica (al minino in quegli anni) o tecnica (era più di oggi), bensì per il contesto sociale di quell’Italia. Dove il calcio era secondo alla scuola, il lavoro serviva per portare a casa i soldi a famiglie numerose, lo status di calciatore era nei confini della decenza, una sigaretta e un bicchier di vino non scandalizzavano i mille salutisti del nuovo millennio. Erano anni nei quali ci si accontentava di poco e se andavi in un bar a pigliarti un caffè te lo servivano e basta senza i fronzoli della tazza grande, di vetro, macchiato caldo, freddo, orzo e via con la litania odierna.

Ha ragione Telese nel dire che questo non è propriamente un libro di sport. Perché racconta di una “generazione che ha dovuto crescere in fretta: al lavoro appena possibile, i soldi a casa, tieni alto il nome della tua famiglia”. Si diventava grandi per necessità e finire su un’isola che aveva la nomea di pecorai e anonima sequestri, ecco era come una specie di confino per avere commesso chissà quale peccato. Eppure quella che a un primo impatto pareva una condanna, si rivelerà il valore aggiunto per un gruppo di ragazzi capaci di immedesimarsi in quella terra chiusa e dura, di cui troveranno le password del cuore e dell’anima tanto da non abbandonarla più. Perché questo è l’aspetto che colpisce della vicenda: il legame che non si spezza. Tutti i ritratti dei sedici giocatori sono concordi con questa versione e sottolineano la speciale catena di amicizia del gruppo.

Ecco il gruppo, altra parola chiave, un po’ abusata nello sport. A tenere unito quei giovani cresciuti in fretta è un filosofo senza laurea, Manlio Scopigno, amante del bere, la battuta ad effetto, l’antitesi del sergente di ferro in voga in quegli anni ma tutt’altro che anarchico coi suoi. Cacciato una prima volta per un gesto irriverente nel consolato italiano negli States (pisciata pubblica in un vaso con scandalo del protocollo internazionale), viene richiamato per amalgamare quell’insieme di talenti composto di tanti pezzi scartati dalle squadre del Continente (Cera, Domenghini, Albertosi, Brugnera, Gori per citarne alcuni). A grandi linee anticipa quello che accadrà con il Verona di Osvaldo Bagnoli. Due storie di provincia che tutti noi ricordiamo con piacere, al pari di un Leicester che vince la Premier dei super paperoni.

Ma per ritornare alla domanda iniziale sul perché il libro di Telese ci aiuti a capire il calcio d’oggi, la risposta è semplice: perché quei protagonisti avevano “fame” e il calcio oltre a un gioco era fonte di riscatto. Questo appena 50 anni fa che ci sembrano un’era geologica.

 

Voto: 9/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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