Il mister, Manlio Cancogni

Il celebre romanzo dedicato alla figura di Zdenek Zeman che racconta anche tanto altro 

Del fascismo è nota l’avversione per ciò che fosse straniero. A un certo punto si era persino messo in testa di boicottare il calcio per la sua radice non italica, privilegiando il gioco della volata. Bisognava contrastare la “degenerazione inglese” di una disciplina per proporne una più nostrana. Secondo Starace la volata era la risposta giusta, in quanto “una variazione del gioco del calcio, più logica tecnicamente e anche più corrispondente al temperamento italiano, perché giuocata anche con le mani, cioè più razionalmente”.

Le cose sono poi andate diversamente tanto da ospitare la seconda edizione dei Mondiale di calcio, dando vita a una serie di investimenti sulle strutture sportive che avrebbe avuto eguali solo in occasione di Italia ’90. In quegli anni l’Italia era al vertice mondiale nell’impiantistica sportiva e proprio in quel decennio portò a casa i suoi massimi risultati calcistici.

Rimaneva un tema di fondo: la diffidenza su ciò che non era italico. Tanto più se portava ventate di novità. La vicenda di Vecto Zoran, in fondo, è questa. Uno sloveno che ha combattuto con l’esercito austro-ungarico, e che poi si è ritrovato italiano grazie a un trattato di pace, che l’ha “trasformato” in Vito Soragni. Un tipo strano, silenzioso, dinoccolato nell’andatura, risposte sibilline nelle interviste. Uno così non poteva che divenire sospetto per un regime dal partito unico che controllava tutti gli aspetti della vita sociale. Se poi si mette alla guida di una squadretta (Malafronte) in un campionato rionale, e inizia a scompaginare schemi di vittoria già assegnati dai gerarchici del partito, ecco che diviene il nemico da combattere, il sospetto nel tramare qualcosa di losco, il sovversivo che sicuramente ha in serbo chissà quale rivoluzione.

Il celebre romanzo di Manlio Cancogni, “Il mister” (Mursia editore, 2012), racconta tutto questo. Temo che nella sua interpretazione abbia sviato non poco la dichiarata volontà dell’autore di rendere omaggio a un personaggio che l’ha sempre affascinato: Zdenek Zeman. Da lì ci si è concentrati più sulle coincidenze tra Zoran e Zeman, trascurando il messaggio del libro, ambientato in una Roma anni ’30 intrisa di un provincialismo estremo, fatta di capi e capetti fascistelli che cercano il loro spazio vitale per brandire briciole di potere sul territorio. Il calcio è funzionale a tutto questo e l’arrivo di un “agente esterno” non può che mettere in discussione un intero sistema. Tanto più se finisce per essere vincente, avere idee astruse e un seguito di popolo.

Interessante nel libro l’intervista introduttiva a Cancogni dove racconta il suo amore per il calcio (“Lo spettacolo è l’arte del Ventunesimo secolo e in questo il soccer è lo spettacolo più bello e importante di tutti”), impersonificato nella figura di Zeman. Curiosa poi la genesi di questo romanzo che ha avuto svariate versioni sino ad arrivare all’ambientazione in epoca fascista negli anni ’30 del secolo scorso. “Ogni romanzo deve star sospeso fra la realtà e l’immaginario”, scrive Cancogni in un passaggio. Direi che ci è riuscito bene.

Voto 9

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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