Il ventre di Maradona, Emanuela Audisio

Pubblicato su La Voce di Romagna, “La storia del pugile di Bellaria che, morendo, salvò altre tre vite”, 10 gennaio 2007

Non inganni il titolo del libro, “Il ventre di Maradona” (Mondadori, 2006). Perché non si tratta di un volume sul calcio in senso stretto. Per carità, alcuni campioni che giocano con la palla al piede ci sono. In buona compagnia però di tanti altri decani di altre discipline: Mohammad Alì e Primo Carnera nella boxe, Ayrton Senna e Alex Zanardi nell’automobilismo, Kareem Abdul Jabbar nel basket, e tanti altri. Emanuela Audisio, giornalista sportiva di Repubblica, si è spinta su un terreno che pochi fino ad oggi avevano affrontato: quello del rapporto tra il corpo e lo sport. Perché, come scrive nell’introduzione, “il corpo è la casa dello sport”. E lo sport si sa “ha misure uniche, ma taglie per tutti”.

E può succedere che il corpo sia la casa dello spirito di un campione ma al tempo stesso la sua croce, che registra per filo e per segno il suo declino. Ecco perché il corpo per antonomasia, scelto nel titolo e nella copertina del libro, è quello di Diego Armando Maradona. Genio e sregolatezza impersonato nella sua biografia di uomo e di sportivo. Come ha scritto Pino Corrias il suo è stato un corpo “tagliato e ricucito per eccesso di errori, di cibo, di soldi, di debiti, di coca”. Tanto è stato gonfio di vita, quanto lo è stato di vizio. Ma il corpo può essere anche assurto a barometro di come può cambiare la concezione di uno sport.

E qui ancora una volta il calcio ci viene in soccorso, visto che si è passati “dai capelli lunghi di Best al cerchietto (in testa, ndr) di Beckham”, scrive ancora l’Audisio. Che aggiunge, in modo quasi sconsolato, a commento di ciò: “Il corpo passa a un altro proprietario: prima c’era il pubblico, oggi c’è il mercato”. Anche se una cosa però, malgrado tutto, non cambia, in quanto oggi come ieri “ai campioni si chiede di essere unici, universali, di saper interpretare voglie e tensioni della società, di funzionare come ,modello di vita e di successo”.

Sono 38 i ritratti dipinti dalla Audisio che abbracciano tutte (o quasi) le discipline sportive. Alcune sono storie anche toccanti, come quella di Heidi Krieger, campionessa mondiale di lancio del peso con i colori della Germania comunista (Ddr), imbottita di estrogeni e sostanze dopanti al punto tale da perdere identità e cambiare sesso. Oggi ha 41 anni, due baffetti ben curati e chi gli dice “Buon giorno signora Heidi”, risponde: “Chiamatemi, Andreas. Heidi è stata uccisa”.

Oppure c’è la storia di Gianfranco Zigoni, uno che il calcio l’ha vissuto in maniera antagonistica, con le maglie di Juventus e Verona, negli annali per essere stato tra gli attaccanti più squalificati d’Italia, con oltre quaranta giornate di stop. Spaccone, beveva whisky prima della partita, fumava, andava in porsche e prese per la gola l’allenatore (Heriberto Herrera). “Un hippy del calcio” scrive l’Audisio, capace di ammettere di non essere stato un buon esempio.

Tra i ritratti spicca anche quello di Angelo Jacopucci, il pugile di Bellaria morto il 22 luglio del 1978, tre giorni dopo il match contro Alain Minter. In palio c’era il titolo europeo dei pesi medi. E la promessa che quello sarebbe stato il suo ultimo incontro della carriera. Invece è stato l’ultimo respiro della sua vita. Lui, alto 1,86, dicevano che non aveva fegato, che era troppo buono con gli avversari. Forse perché sosteneva ad alta voce che se bisognava uccidere per vivere non valeva la pena salire sul ring. La sua morte però è stata poi determinante per salvare altre vite: “quella notte calda e tragica in Italia cambiò la boxe e salvò altre vite: divenne obbligatoria la risonanza cerebrale dopo un ko, l’ospedale attrezzato con reparto neurologico a un’ora dalla sede dell’incontro, il diritto ad avere subito un’assistenza”. Anche questo è uno dei tanti paradossi dello sport.

 

 

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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