La notte dell’innocenza, Mario Desiati

Quell’assurda partita del 29 maggio 1985 all’Heysel: 39 morti senza un perchè

Come è possibile morire per una partita di calcio? Trentanove bare senza un perché. O meglio, per una ragione tribale delle più insensate: l’occupazione del territorio altrui. Come uno scalpo da conquistare, una bandiera da esibire, la sete di predominio di una porzione di tribuna. Sì, di un pezzo in calcestruzzo talmente sdrucciolevole da crollare sotto il peso di una doppia carica e portarsi dietro morti e feriti. Tutto questo in diretta televisiva davanti a 400 milioni di spettatori non paganti in uno dei momenti più folli del calcio.

Tra le tante pubblicazioni sui quarant’anni dell’Heysel ho scelto quella di Mario Desiati, “La notte dell’innocenza”, pubblicata originariamente da Rizzoli e riedita da Einaudi nel 2025. Non è semplicemente un libro della memoria di un ragazzo che all’epoca aveva otto anni e davanti alla televisione si chiedeva cosa stesse accadendo. È qualcosa di più: una riflessione sul calcio e sul perché una tragedia sia avvenuta per una partita. Con tutto il suo corollario di assurdità: la scelta di uno stadio che cadeva a pezzi; la gara che si gioca nonostante il sangue versato; un arbitraggio che favorisce chiaramente una squadra per lavare la coscienza quale forma di compensazione; l’Uefa che non ne azzecca una con l’aggravante dell’arroganza del potere; l’esultanza del gol e il giro di campo.

Un teatro dell’assurdo che Desiati racconta molto bene senza cadere nella retorica delle circostanze. Come fecero altrettanto bene da veri professionisti in diretta televisiva Bruno Pizzul ed Enrico Ameri alla radio. Perché davanti alla televisione c’ero anch’io, sedicenne poco incline alla simpatia per la Juventus. Non nascondo un leggero un moto di soddisfazione alla sconfitta di due anni prima contro il debole Amburgo. Quella sera però tutto era diverso. I colori delle maglia contavano zero, quello che era avvenuto era troppo: uccidere delle persone inermi, comuni, la cui unica colpa era la passione per una squadra. Ricordo a scuola il giorno dopo, un compagno di classe scrisse sulla lavagna “Inglesi bastardi”. Lo scrisse poco prima dell’ora di inglese. L’insegnante in silenzio cancellò e alcuni di noi chiedemmo che rimanesse perché la lezione sulla lingua di quel popolo meritava giustizia. L’insegnante rispose che la scuola era lì per insegnare non per altro. Quella risposta ancora oggi non mi ha convinto del tutto.

Quell’episodio lo avevo completamente rimosso, salvo riemergere allo scorrere delle pagine di Desiati. Che in un passaggio scrive una cosa terribilmente vera: “Un popolo sa essere migliore se ricorda degnamente la memoria di tutti i suoi morti, anche se sono vittime di un ‘futilissimo’ evento sportivo”. I belgi ci avevano provato a ripulirsi la coscienza: nel momento di rifare lo stadio, ora intitolato al Re Baldovino, volevano rimuovere la targa che ricordava i morti del 29 maggio 1985. Solo una sollevazione generale ha riportato le cose a posto. E questo è importante. Perché come ricorda ancora Desiati di tutta questa vicenda non ha senso discutere se la Juve ha fatto bene a fare il giro di campo o mettere quella coppa in bacheca. La domanda da porsi è un’altra: “Il sacrificio dei trentanove tifosi renderà il mondo del calcio migliore?”.

Voto 9

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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