A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Un intellettuale di sinistra e il suo dilemma con il calcio nella Danimarca degli anni ’70

Il rapporto del mondo della sinistra con lo sport è sempre stato controverso. Da una parte la diffidenza partitica verso discipline che distoglievano l’attenzione su cose considerate più “serie” come la lotta di classe; nel contempo le opportunità offerte da quel mondo a partire dalla società di massa nel secondo dopoguerra come ha evidenziato il saggio storico di Fabien Archambault “Il controllo del pallone”. Una doppiezza che si è riflessa anche in alcuni intellettuali che non hanno fatto mistero di appassionarsi al calcio (Vittorio Sereni, Giovanni Raboni e Maurizio Cucchi per citarne alcuni), e in alcuni casi persino praticarlo (Pier Paolo Pasolini), salvo però limitarsi alla passione nella sfera privata senza grandi opere al seguito sul gioco.
In questo contesto stupisce il romanzo di Hans-Jorgen Nielsen “L’angelo calciatore” (Giunti, 1992), che ho conosciuto casualmente in un mercatino di libri usati. Sorprende perché propone una visuale critica di sinistra in una Danimarca che ha fatto della socialdemocrazia il suo tratto distintivo con tanto di modello invidiato a livello mondiale. Chi era convinto che a quelle latitudini tutto funzionasse a meraviglia già partire dagli anni ’70 (pago tante tasse ma ho servizi welfare che funzionano) si ritrova invece un punto di vista che si discosta da questa comune vulgata.
Il romanzo si sviluppa intorno al racconto che Frands fa al figlio Alexander, in una sorta di diario aperto della sua vita dalla scansione non cronologica. Cresciuto in un quartiere proletario, instaura una profonda amicizia con Franke con il quale formano la coppia “FF” cementata dalla comune passione per il calcio. Conquistano un importante titolo nelle giovanili a Copenaghen, ma le loro strade si biforcano quando Frands sceglie università, giornalismo e militanza politica, mentre Franke è al centro di una importante carriera calcistica che lo vede protagonista nel prestigioso palcoscenico di Wembley e nel campionato tedesco. Successo internazionale, soldi e belle donne sono il raccolto della carriera dell’amico che Frands guarda da lontano senza particolare invidia, riaprendogli il cassetto della passione per il calcio che pensava chiuso e sepolto in un qualche lontano guardaroba degli affetti.
Da qui prende le mosse la sua riflessione sul pallone, senza dubbio influenzata dalle sue idee di sinistra tanto da considerare lo sport un “fattore che contribuisce a rendere i lavoratori più adatti alla sfruttamento capitalistico”. Quindi aderisce alla rigida vulgata di quegli anni. Dentro di lui però sale qualcosa che lo spinge ad andare oltre, poiché coinvolge un mondo di passioni e di sentimenti che non possono essere catalogati nei rigidi schemi dell’ideologia del marxismo. Davanti ai problemi che la vita gli pone il calcio diviene un modo per ritrovare le sicurezze rifugiandosi nella sua infanzia libera e spensierata. È lo stesso pensiero che aveva espresso Eugenio Montale mai tenero con il calcio: “dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro: a quello della sua stessa infanzia”. Ecco perché si ritrova a non condannare questo mondo e al contrario inizia a prendere le distanze dalla catalogazione della sinistra di quegli anni dove tutto era politica.
Il libro, scritto negli anni ’70, non è semplice e in alcuni passaggi si perde in disquisizioni intellettualistiche. Resta la tensione intima del protagonista diviso tra una lettura ideologica e una pulsione intima delle passioni.
Da sottolineare con un bell’evidenziatore il passaggio sulle tre tipologie di calciatori. “Esistono tre categorie di giocatori. Ci sono quelli che vedono i buchi che noti anche tu e qualsiasi altro deficiente in piedi sulla tribuna, e quando poi la palla cade come previsto, ti senti contento e rassicurato. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno notare un buco che forse, se fossi stato più sveglio, avresti visto anche tu: ti regalano delle sorprese che ti riempiono di entusiasmo. Ma poi ci sono quelli che il buco lo creano là dove non dovrebbe esserci, gli artefici delle rivelazioni; in loro tutte le abilità tecniche e fisiche sono scontate, le vere qualità consistono nell’appropriazione creativa e nella trasformazione di intere situazioni di gioco, un unico impossibile tiro, una girata brusca, un passaggio per il quale non ci sarebbe posto, e all’improvviso tutto cambia, le possibilità si moltiplicano. Sì, i giocatori come questi non hanno nemmeno bisogno della palla per creare le loro rivelazioni, riescono a essere i poeti del gioco senza doversi sempre mettere in mostra“.
Bellissima, vero?
Voto 9