A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Il Signor G del calcio nella sua biografia raccolta da un decano del giornalismo sportivo

Pensavamo che G di Signor stesse per Giorgio. E invece ci siamo sbagliati. Perché G stava per Gigi. Da un cantante, Gaber, a un calciatore, Riva, ne passa di acqua. Tanta. Eppure le cose a ben vedere sono andate così. E probabilmente il “destra e sinistra” cantato, più che all’orizzonte politico stava alla posizione in campo, con una particolare predilezione per la sinistra, ma solo per un piede mancino su un corpo da richiamare i miti dell’antichità. Riva è stato uno che pochi a ricevere una superlativa definizione da due decani del giornalismo. Un appellativo talmente azzeccato da trovarlo incollato nella sua carta di identità: Rombo di tuono Gianni Brera docet, Hombre vertical da Gianni Mura. Due Gianni, e rieccoci con la coincidenza del Signor G.
Poi capita persino di leggere un omonimo che collabora nel racconto della sua autobiografia. E ancora avanti con le fatalità. Se fossimo di fronte a un delitto non avremmo dubbi in proposito. L’aveva detto persino Agatha Christie che tre indizi fanno una prova. E allora tanto vale soffermarsi sull’altra G, al secolo Gigi Garanzini, per chi non lo sapesse altra firma storica del giornalismo sportivo. E’ l’autore (o collaboratore?) dell’autobiografia “Mi chiamavano rombo di tuono” scritta in prima persona dal calciatore. Il libro è di tre anni fa e lo ha edito Rizzoli, con apparato fotografico.
Detto con onestà, il volume non dice molto di più di quanto già si sapesse sull’attaccante del Cagliari, ancora oggi il migliore marcatore della nazionale. Malgrado Riva sia stato un personaggio riservato e di poche parole, paradossalmente sappiamo tanto della sua vita di calciatore. L’infanzia complicata per la perdita di padre e madre, l’approdo in Sardegna, lo storico scudetto con il Cagliari, i momenti migliori in Nazionale nel fazzoletto di pochi anni (Europeo 1968 e Mondiali 1970). Il libro ripercorre tutto questo, aprendo il cuore nella parte finale quando non nasconde il suo rammarico nell’avere lasciato il ruolo di dirigente accompagnatore della nazionale dopo 26 anni; poi il peso della depressione che lo ha tormentato per tanto tempo.
“La retorica non è esattamente il mio genere”, scrive in un passaggio. La sua carriera di calciatore è andata proprio in quella direzione. Perché ci sono tanti modi per andare controcorrente: c’è chi fa proclami ad alta voce ai quattro venti e invece c’è chi distilla poche parole seguite da silenzi. C’è chi presenzia in passerella in favor di telecamera, e chi lo fa senza giri di campo e campagne stampa (o social) al seguito. E ancora: chi sceglie i palcoscenici più prestigiosi dalla vittoria assicurata, e chi opta per la lontana e sperduta provincia la cui fama era da bambini cattivi (“se non fai il bravo ti sbatto lì…”).
Su cosa abbia scelto Gigi Riva non ci sono dubbi. E vien da chiedersi quale posto avrebbe nel pallone d’oggi. Ma questa è un’altra storia che fa il paio con l’interrogativo di Gianni Mura su dove starebbero due come Scirea e Di Bartolomei nei tempi odierni. Qui entriamo in un altro capitolo e non è il caso di approfondire più di tanto.
Voto 7/10