Mio figlio è un fenomeno, Fabio Benaglia

A undici anni di distanza rilettura di un libro che ha fatto storia sugli amorevoli disastri dei genitori nello sport giovanile

Undici. Come i giocatori in un rettangolo di gioco. Come i racconti sul calcio del Nobel Camilo José Cela. Come gli anni di distanza da un caso editoriale in Romagna. L’anno di uscita è il 2014, il Cesena era ancora in serie B ma senza i “liberatori” americani, e un giornalista del Corriere Romagna apriva uno squarcio sull’invadenza dei “grandi” nel mondo sportivo dei “piccoli”.

Il titolo del libro va da sé: “Mio figlio è un fenomeno” (Ponte Vecchio editore). Lo scrive Fabio Benaglia, dalla brillante ironia condita di metafora. Solo che in quelle pagine ci sarebbe più da piangere. Perché la galleria di vicende che raccoglie sull’universo giovanile dello sport porta a più di un brivido per come si è involuto il sistema educativo degli adulti. Tutti in casa pensano di avere in dote un Cristiano Ronaldo, peccato invece di non arrivare neppure a un Marco Barollo che comunque sarebbe già una signora carriera.

Il punto ora è un altro. E cioè se rileggi quel libro dopo un decennio di distanza ti vien da chiedere: qualcosa è migliorato? Gli “amorevoli disastri dei genitori nello sport giovanile” si sono attenuati? E’ cambiato qualcosa in famiglie convinte che il loro riscatto sociale passi “dal successo del figlio che deve vincere, qui, oggi adesso”?

Il problema è proprio questo. Ovvero che non è necessario scomodare Giacomo Leopardi e il suo pessimismo per vedere come la situazione non si sia evoluta più di tanto. Basta una veloce navigazione nella rete per evidenziare come l’ingerenza dei genitori non abbia allentato la presa. Al contrario, in anni di incertezze su più fronti e con pochi punti di riferimento, probabile che la pressione si sia ulteriormente accentuata sui piccoli fenomeni. In fondo non bisogna disturbare i Crepet o i Galimberti di turno, basta andare in un qualsiasi campetto e ascoltare il sonoro di padri e spesso madri. Come quella volta al Macrelli di San Mauro quando un giovane subì una brutta entrata da un avversario e subito scatenò l’ira verbale della madre che inveì di tutto mandando in tilt persino i “beep”.

E allora come la mettiamo? Questione molto complicata. Perché se su un giovane, ancora da formare, ci si può lavorare, un adulto è difficile da maneggiare. Ancor di più in epoca social dove vale qualsiasi cosa e allora tana libera tutti in fatto di esternazioni sbracate. Undici anni fa Benaglia sottolineava la cruciale distinzione tra gioco e sport: “il gioco è finalizzato solo al divertimento, nello sport entrano in scena la competizione e il risultato”. È uno snodo centrale. Tanto più in un Paese con 60 milioni di esperti di calcio. Talmente preparati da arrivare a questa perla di una madre al tecnico: “Se faccio due righe scritte alla società, si riesce a non mettere mio figlio a non fare la barriera?”.

Qui la realtà è andate ben oltre l’immaginazione.

Voto 9/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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