Oltre la Corea, Zaccaria

Recensione del libro “Oltre la Corea” di Tiziano Zaccaria

Ha avuto coraggio Tiziano Zaccaria nello scrivere una biografia su Edmondo Fabbri. Nello stesso tempo ci vuole uno spirito forte nel leggere un libro del genere in settimane di magra come le ultime che abbiamo vissuto sulla Nazionale. E invece proprio per questo strano incrocio di cose il volume “Oltre la Corea” mantiene intatta la sua freschezza e ha tanto da dirci.

Perché se a Fabbri una sola sconfitta, la Corea l’11 luglio 1966, gli è stata fatale al punto da lasciargli tatuata come un’onta di spregio la sua carriera, ad altri che hanno fatto peggio questo strazio è stato risparmiato. Anzi, le cose sono addirittura andate all’opposto, come nel caso di Roberto Mancini supplicato nel rimanere dopo i disastrosi spareggi qualificazione contro la modesta Macedonia del Nord. Per non parlare di un altro totem, Giovanni Trapattoni, sbeffeggiato da un’altra Corea, quella del Sud.

E allora la domanda che sorge spontanea è il perché di questo giudizio così abnorme al punto da amplificare fatti e avvenimenti capaci di andare ben al di là dei loro puri accadimenti. La risposta è complessa e proprio la storia dell’allenatore di Castelbolognese ci dà qualche indizio per trovare una chiave di lettura. La prima delle quali la fornisce lui stesso al termine del libro quando Zaccaria riporta uno zibaldone di frasi di Fabbri. “Il mio errore principale è stato quello di essere arrivato alla nazionale troppo giovane e senza esperienza internazionale”.

Edmondo sulla panchina azzurra ci è arrivato dopo avere portato il Mantova dalla D alla serie A, in quello che era stato definito il “piccolo Brasile”. È un romagnolo schietto, diretto, poco malleabile al compromesso, ha un carattere forte per intenderci. Solo che non ha altrettanti forti padrini dalla sua. Non ha il benestare delle grandi squadre, Inter in primis che lo osteggia, è fermamente convinto (e anche testardo) delle sue idee sul calcio. Tutto questo passa inosservato quando il vento vira a favore, un po’ meno quando diviene tempesta ed è difficile da governare.

Tant’è che lo stesso Fabbri ci mette del suo una volta cha la fatal Corea lo affonda, inventandosi complotti e dossier sui colpevoli. Per farla breve, Fabbri non ha avuto la capacità di farsi una rete che lo proteggesse da situazioni simili. Il risultato è quello di essere ricordato solo per quell’unica sconfitta quando nella realtà è stato il quarto migliore allenatore della nazionale per risultati e ha vinto una Coppa Italia con un Bologna tutt’altro che stellare. Tutto questo a conferma che la celebra frase di John Kennedy (“le vittorie hanno tanti padri, le sconfitte sono sempre orfane”) non era vera in assoluto.

C’è stato anche chi è stato sconfitto e si è preso tutta la colpa al punto da cambiare una parola nel vocabolario: da quel giorno la Corea ha finito per essere non più solo un luogo geografico.

Filippo Fabbri

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