Il calcio di Pasolini

Recensione “Il calcio di Pasolini” pubblicata su Romagna Gazzette Novembre 2021

Un intellettuale che parla di calcio (o più in generale di sport) oggi non fa notizia. Passa pressoché inosservato, essenzialmente per due ragioni. La prima, la passione per il calcio è parte del nostro quotidiano, nessuno si sogna di metterla in discussione, men che meno le cosiddette “voci autorevoli”. La seconda, la parola di un intellettuale è flebile nel peso della società, non incide più come era stato fino agli anni ’70 (nell’epoca di facebook una persona con tanti follower ha più influenza di un multilaureato con lode e annesso master).

Piaccia o meno nel ventunesimo secolo va così. Diverso era il contesto nell’immediato dopoguerra dove tra calcio e mondo della cultura lo stacco era enorme, per non dire abissale. Mondo comunista e cattolico, seppure da angolazioni diverse, criticavano quello sport che allontanava dalla lotta di classe e dalle funzioni domenicali della liturgia. La celebre definizione di Umberto Eco sul giornalismo di Gianni Brera, “Gadda spiegato al popolo”, era parte di quel naturale distacco che considerava altre le cose alte, lasciando al popolino le passioni di massa. Chi andava allo stadio guardava Mike Buongiorno e non leggeva libri, pensavano in tanti.

Dal coro usciva sicuramente una voce, quella di Pier Paolo Pasolini, come ci ricorda l’illuminante libretto edito da Garzanti, “Pasolini. Il mio calcio” (anno 2020). Lo scrittore era un appassionato di calcio (tifava Bologna), sport che aveva anche praticato (ala destra, nomignolo Stukas). Pasolini sentiva dentro il fuoco di quella passione che lo spingeva a chiedersi il perché di tanto interesse, meravigliandosi di un contesto che aveva fatto dello snobismo il suo habitat prediletto: “sarebbe un male per la classe dirigente e per gli intellettuali disinteressarsene”, scriveva nel 1956. Concetto poi sviluppato sette anni dopo: “in Italia il calcio non ha ancora avuto l’onore di un interesse intelligente”.

Quello che stupisce di questi scritti è il senso di contraddizione che vive con piacevolezza dentro di sé. È consapevole che il calcio è “reazionario” e “asservito al potere”, tuttavia sa che è un linguaggio con i suoi riti e i suoi simboli che tocca le corde del cuore e accomuna milioni di persone. Lo considera “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. È una frase celebre, scritta nel 1970 in epoca contestazioni ancora fumanti e ideologie forti.

Come sottolinea Gabriele Romagnoli nell’introduzione, “Pasolini non si siede per osservare, si mischia per capire”. Era stato tra i pochi a farlo, ancora una volta un passo, ops un doppio passo, avanti gli altri in vista del gol. Perché finta, controfinta e rete erano materie da poeti, non certo da prosatori.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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