A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Un grande del giornalismo radiofonico che ha inventato uno stile di racconto

Se Gianni Boncompagni e Renzo Arbore hanno rivoluzionato il modo di fare intrattenimento in radio, lo stesso hanno fatto Enrico Ameri e Sandro Ciotti nelle radiocronache sportive. Due autodidatti che si sono inventati uno stile fatto di vocaboli impeccabili, ritmo mai banale, l’enfasi mai sfociata nell’urlo e l’affidabilità dell’analisi. Erano gli anni d’oro della radio, quella scatola di valvole poi evolute in transistor, testimone di immagini e movimenti traslati in voci e suoni. Un contenitore tutt’altro che morto nell’era del 4.0, e che anzi rappresenta il media più controcorrente nel mondo sportivo dei tempi moderni: in un’epoca dominata dalle immagini persino fai da te dove con un semplice cellulare puoi improvvisarti videomaker, cosa c’è di più fuori dagli schemi nell’ascoltare una partita col solo ausilio di una voce che stimola la fantasia e i voli mentali d’alta classe?
Sandro Ciotti per oltre quattro decenni ha fatto questo. Ci ha raccontato lo sport in quel tono baritonale che l’ha reso celebre, trasformando un deficit fisico in tratto distintivo che l’ha reso unico. Tutto era avvenuto nelle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Quattordici ore di commenti in diretta avevano indebolito la sua voce provocandogli un edema alle corde vocali. Un dramma? Tutt’altro: “per un benevolo scherzo del destino, l’incidente a Città del Messico finì con l’incrementare la mia popolarità”. Lo ha raccontato nella sua autobiografia pubblicata da Rizzoli nel 1997, “Quarant’anni di parole”.
È un libro bello, perché aperto e sincero, un testamento sportivo (ma non solo) sul nostro Paese di cui è stato un narratore puntuale e indiscusso. “Ho sempre sostenuto che la radiocronaca (che rimane un esercizio più alto della telecronaca) è una splendida amante che però va rispettata come se fosse una moglie”. Il suo è stato un rispetto maniacale, monogamo con qualche lieve cedimento alla televisione. Nel raccontare l’evolversi del gioco ha coniato neologismi arrivati sino ai giorni nostri: terzino fluidificante, ala tornante, mezzala di raccordo, mediano di spinta. E pensare che tutto era nato quasi per caso nelle Olimpiadi di Roma del 1960. Tante ore di diretta ma pochi “raccontatori”. E così, siccome aveva un passato da calciatore nella Lazio (e anche nel Forlì), era stato mandato a commentare la partita di calcio Danimarca-Argentina senza nessun tipo di preparazione. Così, su due piedi. Un esordio a pieni voti che l’ha portato a una carriera di oltre 4mila dirette, firma di punta di “Tutto il calcio minuto per minuto” che ha fatto la storia.
“Quarant’anni di parole” è interessante perché non si limita al Ciotti sportivo ma presenta il personaggio a tutto tondo. Un uomo di cultura, cresciuto in una famiglia borghese, che ha avuto in Trilussa il suo padrino di battesimo e letterario. È stato testimone di numerosi eventi dello spettacolo a partire dal Festival di Sanremo, così come ha intervistato il meglio del cinema insieme al grande Lello Bersani. Insomma un uomo di cultura con un bagaglio di sapere mai sfacciato, reso naturale dal fluire del suo lessico. Ci ha lasciati nel 2003 e personaggi così ci mancano assai. Forse anche per la nostalgia di un mondo che era più semplice, ma qui si entra nel novero delle malinconie e non è il caso di eccedere.
Voto 8.5