A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Pubblicato su Romagna Gazzette, novembre 2015, “La Romagna bianconera di Dino”.
L’articolo sul giornale: QUI

Se fosse trasposto in canzone scorrerebbe sulle note di ‘Nostalgia canaglia’ di Albano e Romina il volume di Andrea Santi, “Romagna bianconera. Il Cesena di Dino” (Edizioni Riguardi, pp. 142, euro 10,00). Nostalgia del passato migliore che se n’è andato, nostalgia di un calcio che era tutto il contrario di oggi. Le rose erano al massimo di 16 giocatori, in campo si andava dall’1 all’11, i nomi erano tutti facili da pronunciare perché italici. Insomma, era un mondo in bianco e nero.
Come le tinte del racconto di Santi, omaggio al patron che ha segnato la storia del Cesena calcio, il Presidente Dino Manuzzi. È con lui che la squadra bianconera si è fatta rispettare ai massimi livelli, è con lui che ha conosciuto la prima serie A nell’anno di grazia 1973-74. Quella stagione rimarrà agli annali per due fatti: lo storico scudetto della Lazio di Maestrelli, la salvezza del Cesena guidato da Eugenio Bersellini, dato per spacciato da tutti alla vigilia. È l’inizio di un tragitto ondulato tra alti e bassi, che troverà il punto massimo nella conquista della partecipazione alla Coppa Uefa con Pippo Marchioro, sino poi alla mesta retrocessione in B nell’anno successivo con Corsini insieme a tutta una pletora di allenatori succeduti in quel confuso periodo. Il racconto di Santi si chiude con la stagione 1981-82: quella della salvezza nella massima serie con la rocambolesca retrocessione del Milan in B, e l’addio il 29 maggio 1982 del Presidente Manuzzi, che aveva già ceduto il testimone della società al nipote Edmeo Lugaresi.
Santi prende spunto da un “magico libro” acquistato dall’autore in una bancarella nel centro storico della città malatestiana. Intreccia fatti realmente accaduti, trasposti in dialoghi immaginari con tanti protagonisti di quegli anni (Manuzzi, Cera, Ceccarelli, Frustalupi, Piraccini…).
Una trama dal doppio binario che non aggiunge nulla sul piano storico, raccomandata per i nostalgici dei bei tempi che furono, e che hanno bene nella memoria quelle cinque speciali stagioni sportive bianconere. È il piacere del passato che non se ne va, purché non scada in quella canaglia chiamata nostalgia.
Filippo Fabbri