Le Storie di cuoio di Taccone

Recensione del libro “Storie di cuoio” di Sergio Taccone

Per quanto il calcio, ma più in generale lo sport, sia sempre più vivisezionato nei numeri, nelle statistiche, nelle telecamere e negli aspetti tecnici, al centro di tutto rimangono le persone. Con le loro storie, i loro gesti, le debolezze, i colpi memorabili, le cadute e le risalite. Momenti che rimangono intagliati nella memoria di ognuno di noi e che si fanno collettivi grazie ai narratori che li perpetuano nel tempo (“l’unico calcio che vale è quello che uno conserva nei ricordi”, sentenzia Roberto Fontanarossa).

Ce lo ricorda Sergio Taccone nel libro “Storie di cuoio”, che raccoglie 40 “pezzi scelti di calcio” in svariati campi del mondo, con una particolare predilezione per i prati olandesi e le vicende sorianesche.

Di Sergio avevo letto i deliziosi “Quando il Milan era un piccolo diavolo” e “Un biscione piccolo piccolo”, tenendo in panchina con relativa promessa (non mantenuta) di leggerlo “La Mitropa Cup del Milan”. Alla fine è arrivato il sorpasso di questo volume edito da Narrazioni sportive con la prestigiosa prefazione di Darwin Pastorin.

40 storie, dunque. Dalla periferia al centro in un filo di continuità cucito nel cuoio, parola che potrà sembrare un po’ agé per i materiali tecnici di oggi ma è bene in sintonia a leggere le quasi 200 pagine del libro che in alcuni momenti riportano alla memoria le Valsport dei primordi, le marcature a uomo, le braccia incuranti di peli e intonse di tatuaggi, il fisico ancora umano dei calciatori, gli spalti sovraffollati senza segnaposti e tornelli.

Alcune storie toccano gli attici del calcio (Maradona al Boca, gli addii inaspettati alla nazionale di Cruijff e Beckenbauer, i 1000 gol di Pelè, il grande Ajax), altre sovvertono pronostici già scritti (l’Amburgo con Magath, Castagner sul tabu Happel, l’anagrafe di Albertosi, il Catanzaro 1980/82), altre sembrano vicende secondarie e invece meritano di stare nei piani superiori (l’haitiano Sanon, lo sgraziato Jongbloed, il portiere ruandese Murangwa), altre ancora sono di difficile catalogazione in uno schema.

Come scrive Pastorin nella prefazione, “questi racconti sono acqua di fonte, pane in tavola, splendore e bellezza, illusione e nobiltà”. Perché il calcio è bello laddove c’è stupore e se a vincere saranno sempre quelli che hanno più soldi, vabbè ce ne faremo una ragione ricordando queste belle storie che Taccone ha saputo narrare con maestria.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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