A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Recensione di un libro manifesto d’amore per il calcio

Quando ho acquistato il libro di Gianni Bianco, “Super Santos subito” (Santelli editore), la prima reazione istintiva è stata della solita melassa nostalgica del bel calcio che fu. Della serie: ecco ci risiamo col solito fabiofazismo sugli anni d’oro. Allo scorrere delle pagine – dal gol di Ambu sino a 90° Minuto di Paolo Valenti – è subentrato il pensiero di un Nick Hornby in versione italiana: una partita per un’associazione personale legata a un episodio della vita. Ma ancora una volta mi sbagliavo, la strada non era quella.
Bianco infatti con questo libro ci dice qualcosa di diverso, ci trasmette un messaggio forte e chiaro: il suo atto d’amore per il calcio tout court. Legato sì al particolare ruggente periodo degli anni ’80 e ’90 quando il nostro era veramente il campionato più bello del mondo, ma è il pallone a primeggiare su tutto. Il fatto è che il racconto gli riesce talmente bene che nello scorrere delle pagine si finisce per immedesimarsi, consapevoli di avere condiviso con lui un pezzo di quelle emozioni. Perché “Super Santos subito” è un volume per tutti, ma lo è ancor di più per chi ha avuto la fortuna di avere vissuto quegli anni, quelli sì davvero formidabili.
In fondo “anche un pallone aiuta a diventare grandi”, recita il sottotitolo. Con l’eclissi delle ideologie politiche e l’affievolirsi dei corpi intermedi (associazioni, parrocchie, bar) cosa rimane se non il comune linguaggio del pallone, tra i pochi che riesca a fare dialogare giovani e adulti. Perché nella vita puoi cambiare tante cose ma raramente tradisci la squadra del cuore. È come un virus che ti entra nel sangue, modella il tuo Dna e non se ne va più. Ne sa qualcosa Bianco, giornalista Rai, al quale lo strafalcione di cronaca passa inosservato ma l’errore di un calcatore raramente rimane indifferente.
In questo racconto centrale è il pallone. Non uno qualsiasi, ma un modello generazionale, creato da un tizio poco propenso a far sfoggio di sé e dei successi. È il Super Santos, una via di mezzo tra il leggero Supertele e quello in cuoio allora in dotazione ai fighetti. E’ quella palla arancione che ha accompagnato infinite partite in strada quando il tempo libero era molto, le porte di fortuna, le ginocchia sbucciate (braciole le chiamavamo) e la selezione tra giovanissimi era naturale. Si giocava in strada e paradossalmente era un mondo a misura di bambino.
Oggi tutto è cambiato e malgrado le innumerevoli cassandre il calcio ancora appassiona e mobilita milioni di persone intorno a idoli strapagati. Com’è possibile tutto ciò? La risposta la dà Michele Serra in una frase riportata nel libro: “A moltissimi di noi è capitato nella vita di commuoversi e di gioire fino al ridicolo per cose di sport, e non conosco uno che se ne vergogni, che faccia lo scrittore o l’idraulico, la casalinga o la scienziata. Uno dei regali che la civiltà di massa ci ha fatto è la meravigliosa estasi internazionale e interclassista che accomuna, in certi precisi istanti, centinaia di milioni di persone. È bello a volte essere solo una sterminata massa”.
Voto: 9/10
Sarà la vicinanza generazionale con l’autore ma questo è un libro che avrei voluto scrivere io.