Coppi e il diavolo di Gianni Brera

Recensione di “Coppi e il diavolo” di Gianni Brera

Gianni Brera è risaputo che rimandasse al mittente, anche con un certo fastidio, l’appellativo di scrittore prestato al giornalismo. Basterebbe leggere il romanzo “Coppi e il diavolo” (Baldini e Castoldi uscito nel 1981) per capire che era vero proprio il contrario. Basterebbe leggere anche solo le prime dieci righe del ritratto di Castellania per comprendere che di scrittura di livello stiamo parlando.

Pubblicato in una lontana collana diretta da Oreste del Buono, il libro non è un’agiografia, dal momento che non fa sconti al mito. E proprio perché non lesina parole scomode è un romanzo che merita di essere letto e dà la grandezza del personaggio Fausto Coppi. E fortunato il sottoscritto a scovarlo per caso in una bancarella a Cesena, nella fiera “C’era una volta il libro”, perché mi ha regalato piacevoli ore insieme a un vero e proprio maestro della scrittura sportiva.

Origini poverissime quelle di Coppi, nato e cresciuto in una cittadina piemontese dove “il tragico quotidiano è in ogni zolla”, e la bicicletta è uno dei pochissimi strumenti del riscatto. Coppi è un signore nessuno, alla prima vittoria lo chiamano “Cappi”, e malgrado se ne stia a ruota di un gigante come Bartali nel Giro di Toscana neanche un rigo si ritrova nelle cronache. A vederlo è uno “scorfano, ma in bicicletta cambia”, come se si trasfigurasse, sentenzia uno che se ne intende come Pavesi. Da sconosciuto vince il primo Giro d’Italia nel 1940, poi arrivano il Campionato d’inseguimento e il record dell’ora. È l’inizio di una rivalità ad alta tensione con un Bartali già idolo delle folle, spezzato temporaneamente dal conflitto mondiale dove si ritrova in Africa e viene fatto prigioniero.

Il vero Coppi si consacra nel secondo dopoguerra, quando diviene leggenda (“non fa un passo in Italia e fuori senza che qualcuno lo saluti”) in una carriera contrassegnata da strabilianti successi (primo ciclista a conquistare Giro e Tour due volte nello stesso anno) e da pesanti cicatrici lungo il corpo in una sequela di infortuni che accompagnerà tutta la sua carriera.

Sale alle cronache mondane per la storia d’amore clandestina con una donna sposata, Giulia Occhini. Sarà un fotografo di Lugo, Paolino Costa, a farla deflagrare nelle cronache mondane, etichettando colei come la ‘Dama bianca’ nel contesto di una Italia perbenista e moraleggiante contrassegnata da Democrazia cristiana e Vaticano. Anche su questa vicenda, Brera non fa sconti, lasciando trapelare una netta preferenza per Giulia sulla moglie Bruna che mai avrebbe capito il campione.

Ma è il finale a lasciare il segno, nel ritratto del giornalista. Il campione Coppi non concepisce la sua vita lontano dalla bicicletta. Ha una quarantina d’anni, è l’ombra di se stesso, ma continua a correre come a voler sfuggire da una condizione umana che non concepisce seduto su un divano nel relax borghese. “Ha sofferto l’esistenza dei poveri e le si è ribellato con sacrifici di epica imponenza. Ha inventato il ciclismo moderno e al suo stesso epos si è immolato con la precisa coscienza di immolarsi”.

Un fuoriclasse anticipatore dei tempi a tutti gli effetti. E se a raccontare un personaggio siffatto è un altro fuori categoria, il risultato non può che essere uno: il libro è nell’olimpo dei classici. Quarantatré anni dopo la sua uscita il responso non può che essere questo.

Filippo Fabbri

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