I bar se ne vanno a nostra insaputa

Recensione  “Il bar delle grandi speranze” di JR Moehringer

Diciamo la verità, sui bar ci siamo sbagliati. O meglio: si sono sbagliati. Li avevano etichettati come i luoghi dei perditempo, del cazzeggio, immersi tra mazzi di carte sul tavolo, fumo di sigarette, consumi poco salutari (bibite, gelati, patatine, alcol…), rumori di bigliardi, bigliardini e flipper con sfere all’impazzata. Poi ci si è accorti che silenziosamente le serrande iniziavano ad abbassarsi, i mazzi rimanevano intonsi, le persone erano poche, mentre i locali aperti riducevano l’orario per sole colazioni e pranzi frugali, nulla di più.

La fine dei bar segna la fine di un’epoca. Emblemi del secolo scorso, rischiano di fare la fine di panda ed edicole. Ma mentre le edicole chiudono perché giornali se ne vendono sempre meno, e per i panda qualcuno del WWF lo trovi sempre a dar battaglia, per i bar la questione è diversa. Perché a conti fatti resistono (e il alcuni casi crescono), solo che non sono più gli stessi. Sono divenuti meri luoghi di colazioni e spritz, non più delle discussioni post pranzo e cena su calcio, donne e motori. Raro trovare quello che la spara più grossa, ancor meno il playboy che millantava le conquiste impossibili. Quasi da chi l’ha visto trovare una squadra di calcio o calcetto che nasce sotto le insegne di quei ritrovi. La crisi di parrocchie, partiti e associazioni si è portata dietro anche quella dei bar, intesi come luoghi dell’aggregazione. Per comprendere la “liquidità” della società in cui viviamo più che a un istituto di ricerca bisognerebbe alzare il culo dalla sedia a farsi un giro la sera tra i bar sopravvissuti per capire come stanno le cose.

Questa massa di pensieri mi arriva dalla lettura del bellissimo libro di JR Moehringer “Il bar delle grandi speranze” (Piemme editore), da cui è stato tratto anche il bel film con Ben Affleck. È un romanzo scritto in prima persona che racconta infanzia e giovinezza del futuro Pulitzer, noto poi per l’autobiografia di Agassi. Etichettarlo come romanzo di formazione pare riduttivo, perché è un mondo lo squarcio che apre. Quello di un bar, appunto, a Manhasset a Long Island. Non un posto dove ti siedi ordini e bevi; no, perché un luogo così lo trovi dovunque, dall’anonimato della metropoli al fighettismo della cittadina in vena di grandeur. Qui è la comunità degli avventori che fa parlare, quell’ingrediente che non trovi in nessun manuale e che solo i bartender più scafati capiscono.

La fine del bar, anzi di quella tipologia di bar, è come il venir meno delle tovaglie a quadretti nelle osterie e delle azdore in cucina. È un mondo che si chiude, vittima della cultura da ceto medio in cui siamo immersi. Pensavamo al progresso, siamo finiti per fare comunità prevalentemente sui social.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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