A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Pubblicato su Romagna Gazzette, Aprile 2016: “Quando eravamo dei camerieri”

Sono tanti gli incroci lungo la strada che dall’Italia porta all’Inghilterra (e viceversa). Lorenzo Fabiano ne “Il cameriere di Wembley” (Edizioni inContropiede) ci fornisce una mappa per orientarci, con epicentro la shakespeariana Verona. Per noi italiani, il calcio di Sua Maestà oggi rappresenta un totem a cui ambire nel modello organizzativo (stadi di proprietà, civiltà del tifo, management economico) e citare di comodo quando si parla di violenza da estirpare (mai mantra è stato tanto evocato quanto non rispettato). Eppure gli inglesi non sono mai stati teneri con noi. E neppure noi con loro.
Gianni Brera mai li ha sopportati per la loro spocchia. Gianni Mura ha annoverato tra gli episodi da incorniciare della storia dei mondiali il gol dell’americano Gaetjens che valse l’eliminazione dell’Inghilterra nel ’50 nella sua prima partecipazione alla competizione (le prime tre edizioni erano state snobbate per manifesta superiorità, così la pensavano). Aldo Vignola, protagonista del libro di Fabiano, li venerava. Tanto da emularli e atteggiarsi nella città scaligera a “lord di provincia”. La sua unica volta nella terra di Albione era coincisa con la storica partita del 14 novembre 1973 a Wembley, data da tenere a memoria, come il 17 giugno 1970 a Città del Messico e l’11 luglio 1982 a Madrid.
L’Italia espugnò il tempio del calcio con Fabio Capello, al cospetto di oltre centomila persone che ci definivano “camerieri”, modo dispregiativo per il lavoro dei connazionali oltremanica. Qui bisognerebbe aprire un capitolo sulla questione emigrazione, quando eravamo noi a cercar fortuna, disprezzati fuori dai confini, ma non è il caso né la sede per parlarne.
Quella partita, comunque, “costituì un marchio d’orgoglio, un timbro sull’onore di tutti quei migranti che i tabloid avevano preso a pizze in faccia”, scrive Roberto Beccantini nella prefazione. L’inizio di una serie di altre soddisfazioni che il campo ci avrebbe riservato negli anni a venire, la più vistosa l’eliminazione dalle qualificazioni Mondiali del ’78. La storia ci dice che la spocchia dovrebbe essere dalla nostra, quanto meno per l’albo d’oro: 4 mondiali contro 1, Europei 1-0 per noi. Eppure rimane un sottofondo di timidezza nei confronti del calcio inglese, come se quei primi marinai sbarcati a Genova all’inizio dell’800 con un pallone appresso, ci avessero lasciato un marchio di inferiorità indelebile al tempo.
Sarà il fascino del blasone, sarà quello della storia, chissà. Uno dei pochi d’Oltremanica che ci aveva conosciuti era Winston Churchill: “Gli italiani vanno in guerra come se fosse una partita di calcio, e vanno a una partita di calcio come se fosse una guerra”. Il fatto è che aveva pure ragione.
