Macchiavelli’s spy

Recensione del libro “Funerale dopo Ustica” scritto da Loriano Macchiavelli

Ma siamo così sicuri che si stava meglio qualche anno fa? Quando c’era la lira e l’inflazione volava in doppia cifra; quando non passava giorno senza che ci fosse un morto per motivi politici; quando c’erano stragi ancora oggi senza veri colpevoli quanto meno nei mandanti (“E le stragi senza nome, tutte passano da Roma”, cantavano i Litfiba).

Insomma, tutta quella melma nella quale noi piccoletti di provincia, lontano dai grandi centri del potere, faticavamo a raccapezzarci, e in fondo ci interessava fino a un certo punto. Anche perché se hai la fortuna di nascere a due passi dal mare, almeno tre mesi sono dedicati alla “vacanza” (intesa in senso lato), e dell’attualità te ne curi fino a un certo punto.

Poi succede che uno scrittore, che sa fere bene il suo mestiere, quando ancora regnava la Prima repubblica, decide di scrivere alcuni romanzi sotto pseudonimo (Jules Quicher), e il tema è l’attualità. Non le cronache mondane, bensì quelle stragi senza nome che coinvolgono persone purchessia la cui unica sfortuna è quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Loriano Macchiavelli ne ha scritti tre, e dopo avere letto alcuni anni fa Strage, da poco ho finito Funerale dopo Ustica, pubblicato nel 1989, e riedito nel 2022 da Sem.

La trama è una spy che non avrebbe nulla di scandaloso se fosse uscita nella collana Segretissimo della Mondadori. Il problema è che ha attinenza con la storia più torbida, perché il fatto è realmente accaduto, quel DC9 abbattuto il 27 giugno 1980. È l’epilogo delle oltre 500 pagine tutte giocate su apparati dello Stato deviati, strategia della tensione, trame internazionali, un grande “vecchio” a tenere i fili dell’eversione, un altro “vecchio” simbolo dell’Italia pulita possibile vittima (Sandro Pertini). Di fronte a tutto questo c’è un agente, Stefano Degiorgi, a limitare il propagarsi della marea nera.

Macchiavelli non ha certo bisogno dei miei complimenti in supporto alla sua bravura. Quello che mi preme precisare è la sua versatilità. Che si tratti di poliziesco col suo Sarti Antonio o di spy story il risultato non cambia. E già basta questo per ringraziare quella persona (Massimo Neri) che me lo fece conoscere una ventina di anni fa. A lui sarò sempre grato per quel suggerimento.

Filippo Fabbri

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