Gianni Minà, Maradona non sarò mai un uomo comune

Recensione del libro che testimonia il legame di amicizia tra il giornalista e il campione

Campioni come Maradona non ce ne saranno più. In campo sì, ne vedremo altri, forse già ci sono e persino più forti (il dibattito su Messi è aperto). Ma nel combinato disposto, dentro e fuori, dal campo ovviamente, no, non ce ne saranno più. Del Maradona lontano dal rettangolo di gioco dipendente dalla droga (meglio dire schiavo), si è scritto e detto tanto, della sua libertà fuori dagli stadi un po’ meno. Piaccia o meno Diego è stato uno degli ultimi epigoni di un calcio libero che non si faceva problemi nel dire la sua anche quando era scomoda. Di soldi già ne giravano parecchi in quel calcio – senza dubbio nulla di paragonabile all’oggi – eppure il calciatore era ancora un essere pensante di piede ma anche di testa. Chi mai oggi si sognerebbe di criticare ad alta voce Fifa e Uefa? E chi mai scenderebbe in un infimo campo infangato per raccogliere soldi per un bambino bisognoso? Non è solo una questione di tempi lontani ma di autonomia della persona. Meglio: di senso di responsabilità. Quella che Maradona ha sempre rivendicato, anche nelle sue incoerenze, e che ha pagato di persona.

Ce lo ricorda il compianto Gianni Minà, nel libro “Maradona «Non sarò mai un uomo comune»” (Minimun Fax, 2021). Il titolo dice tutto, sul giocatore ma anche sul giornalista. Minà ha sdoganato lo sport allargandolo alla vita, alla politica, alla società. Ha sempre avuto una particolare predilezione per i “maledetti”, i grandi che non si sono accontentati di riconoscimenti e figurine, consapevole che lo sport è un linguaggio che sa trasmettere anche tanto altro. Maradona è stato uno di questi, appunto “un uomo (non) comune”.

Già a partire dalla squadra dove era finito, quel Napoli digiuno di vittorie e bistrattato ad ogni latitudine, che lui ha saputo portare al vertice d’Italia (2 campionati) e d’Europa (Coppa Uefa). Una città che l’ha eletto a re ma nel contempo ha finito per risucchiarlo nel vortice delle sue mille contraddizioni. “Nessun calciatore straniero venuto in Italia ha dato al suo club e quindi alla città quanto ha dato Diego”, scrive Minà. Probabilmente è l’unico sulla faccia della terra la cui immagine venga affiancata a quella del santo patrono della città in migliaia di case. È un destino riservato a pochissimi grandi assurti dell’olimpo. Anche a quelli mortali.

“Eroe in campo ma fragile nella vita privata”, ancora Minà. Ecco, il Pibe de oro è stato tutto questo.

Voto: 8/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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