Rimpalli, Teodoro Lorenzo

Il bilancio di una carriera che ha amato il pallone ma non il calcio

Malgrado la ricchissima produzione di libri sul calcio continuano a rimanere ampie praterie ancora oggi inesplorate. Tra le più manifeste le autobiografie di giocatori cosiddetti minori, che minori in realtà non lo sono stati affatto, ma che vengono considerati tali per non avere calcato un campo in serie A o magari per avere tenuto un profilo basso nella vita, peccato veniale in anni di egocentrismi all’estremo. È quella zona grigia di calciatori tra il professionismo e il dilettantismo che ha scritto pagine importanti per storie, vicende umane e gesta.

Come nel caso di Teodoro Lorenzo che ha avuto il coraggio di mettersi in discussione nel bel libro “Rimpalli” (Voglino editore, 2024), che catalogare sotto le insegne dell’autobiografia appare piuttosto riduttivo. Il motivo è semplice: al racconto della sua vicenda sportiva personale, si aggiungono riflessioni più ampie sulla Torino risorgimentale, Primo Levi, il dualismo Pelè-Maradona e tanto altro. Il suo è un bilancio di delusioni, che parte dal dolce sapore per il pallone per concludersi nell’amaro del calcio, in un continuo rimpallo di sapori.

La sua storia parte dall’oratorio di San Filippo e si sposta in una Piazzetta nel nascente quartiere Mirafiori, allora campagna, in una Torino nel pieno del boom economico targato Fiat. La Piazzetta è un microcosmo con le sue regole, la sua moneta (i giornalini), le figurine Panini, la squadra del quartiere con magliette e nome al seguito, Folgore. Il suo idolo è Pietro Anastasi, figlio di immigrati come la sua famiglia, simbolo di un riscatto dalla povera Sicilia come aveva evidenziato anche Scalia nel suo bel romanzo.

Il suo approdo alla giovanili della Juventus avviene in modo casuale, allenato da un padre-allenatore come Mario Pedrale. A segnare la fine della sua età dell’adolescenza sono un brutto infortunio che gli lascia in eredità una gamba più corta di due centimetri e la scomparsa dell’amico anarchico Paolo che gli toglie un punto di riferimento.

È lo spartiacque che lo porta all’allontanamento del pallone per entrare nel mondo del calcio: in serie D nell’Ivrea dell’ambizioso Calleri, poi nella gloriosa Alessandria in C2. Tante le partite in campo ma solo 2 i minuti di gloria, il tempo di segnare un gol contro l’Entella che potrebbe valere il salto di categoria, vanificato da un inesistente fuorigioco. Lorenzo interpreta quell’episodio come “l’ennesima prova che il dio del calcio non mi amava. Non ero tra i suoi favoriti e lo sarei mai stato”. Insomma, un segno del destino che lo porta a dire basta a un mondo che non ha mai sentito suo del tutto.

Amare le considerazioni sul calcio nel finale del libro (“Oggi posso dire di aver amato poco giocare a calcio. Ciò che ho amato veramente è stato giocare a pallone”), insieme alla consapevolezza che per diventare calciatori di livello sono necessarie tre C in ordine crescente: capacità, culo, coglioni.

 

Voto 8/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: