Uccidi Paul Breitner, Luca Pisapia

Frammenti di un discorso sul pallone e sul potere

Il libro di Luca Pisapia, “Uccidi Paul Breitner” (Alegre, 2018), ci dice una cosa molto semplice, mai banale, sempre attuale: il calcio è una questione di potere. Possiamo argomentare per intere giornate sull’aspetto ludico, i bambini che rincorrono un pallone in un prato, le porte senza pali, i gesti di far play (ormai pilotati), tutto il mondo Mulino Bianco dei buoni sentimenti trasposti nel calcio. Tutto vero, per carità. Ma è molto antipasto, rispetto alla centralità di un menù che contempla portate di ben altro tenore. La presenza di Salt Bae all’atto della premiazione all’ultimo Mondiale sta lì a testimoniarlo: gli effetti speciali prevalgono sul companatico. Perché l’importante è esserci, il resto è mancia se te la danno.

I “frammenti di un discorso sul pallone” di Pisapia apparentemente potrebbero farci pensare a un mix di vicende scollegate tra loro in un intreccio di generi sul modello narrativo Wu Ming, non a caso curatore della collana per Alegre. Il libro 54 di Wu Ming recensito di recente, ne è un languido esempio nella struttura. Ma in realtà a ben vedere un filo conduttore c’è ed è chiaro. Nel senso che il potere nel pallone non è univoco perché ha tante declinazioni. Si presenta sotto firma di dittatura nell’Argentina dei Mondiali del 1978, amplia i suoi tentacoli di interessi in Brasile 2014 nella sfida senza esclusione di colpi in casa Fifa (il duello Blatter-Platini ricorda qualcosa?), diviene un grande contenitore mediatico a Usa 1994. In ognuno di questi mondiali c’è una partita a esemplificare i veri momenti: la durissima (in tutti sensi) finale contro l’Olanda a Buenos Aires, l’incredibile vittoria tedesca in Brasile (1-7), il Baggio show contro la Nigeria quando tutto pareva perduto.

Uno dei punti su cui Pisapia batte molto nel ferro è il rigetto di un calcio puro del “buon selvaggio” delle origini, contrapposto a quello moderno dominato dal capitale. No, il calcio è sempre stato in balia degli interessi del sistema di produzione e la parabola del calcio totale ne è l’emblema. Partito come novità di Rinus Michels figlia della socialdemocrazia olandese, si radicalizza nelle idee sociali di Bill Shankly prima e Lobanovs’kyj poi, sino a farsi parte del sistema con Arrigo Sacchi che estremizza la ripetitività del gesto in campo e la mette al servizio di un emergente della tv privata  (Berlusconi). E se il modo di giocare è lo specchio di un popolo in Italia non poteva che affermarsi il catenaccio: primi passi mossi nel Metodo di Vittorio Pozzo, poi affermazione Europea negli anni ’60 del boom economico esemplificato nelle vittorie intercontinentali di Milan e Inter. È il trionfo dell’etica della furbizia, del parassitismo individuale contro una qualsivoglia costruzione di un gioco proprio.

Non c’è dubbio che le tesi di Pisapia siano alquanto radicali e francamente più di un passaggio non mi trova d’accordo. Difficile condividere tutto in chiave bicolore, o bianco o nero, senza le minime sfumature. Resta però una tesi di fondo che è sotto i nostri occhi: il calcio è sempre più una questione di soldi che ammaina bandiere e rende sempre più flebili le resistenze di qualsivoglia persona. La parabola di Paul Breitner, che dà il titolo al libro, sta lì a dircelo. Era il calciatore maoista del libretto rosso, è finito per ricevere i soldi di sponsor e del Real franchista. Insomma, un antesignano di Mario Capanna, partito a fare barricate nel ’68 per terminare in vecchiaia a rivendicare il vitalizio da parlamentare. Come si è sempre detto: si parte incendiari si finisce nel difendere il fortino dei propri privilegi…

Voto 7.5/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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