La solitudine del numero uno

Recensione “Un assist per morire” di Andrea Monticone

Malgrado il gioco del pallone sia sempre di più sottoposto alla vivisezione anatomopatologica dei dettagli – prima o poi sono certo si arriverà (se non si è già arrivati) alla conta degli sputi di un giocatore nei 90 minuti – rimangono due figure il cui errore sfugge a qualsivoglia programmazione. Sono i due anomali per eccellenza, maglia e arti inclusi: l’arbitro e il portiere. Accumunati allo stesso destino fino a qualche anno fa, il portiere ha finito per essere più solo di Leopardi sull’ermo colle. Se per l’arbitro infatti il soccorso si è vestito di tecnologia (Var) per aiutarlo (spesso incasinarlo) negli errori, per il portiere a grandi linee siamo rimasti ai tempi della celebre poesia di Umberto Saba. Una distrazione per freddo o per noia può determinare le sorti di una gara e vanificare il lavoro di una intera settimana di spaccamento di zebedei da parte del mister.

Ogni attimo in campo comporta una scelta, spesso in frazioni di secondo, millesimi che ti posso ergere a eroe o brocco da libro di storia. In campo come nella vita, in fondo, è tutta una questione di decisioni. Ne sa qualcosa Pat Fornero nel romanzo “Un assist per morire” (Buendia Books) scritto di Andrea Monticone. Anche Fornero ha la sua ‘quota cento’, che si manifesta nelle sembianze di un talentuoso compagno di squadra che muore per cause misteriose. Il dilemma è: chiudere gli occhi o indagare? Fare una scelta, appunto. Un atto di responsabilità per il portiere che tra l’altro è anche la chioccia della squadra, il famoso collante tra giovani giocatori e società.

La scelta non si rivela semplice e forse l’essere un portiere lo agevola sul da farsi. Perché come un tiro che non ti aspetti, devi essere pronto a ogni evenienza, in campo e fuori.

Ricordo un campionato Uisp con la maglia del Bastia, in una mitica stagione che ci portò in finale niente poco di meno che al Manuzzi di Cesena. A quel traguardo ci mandò in buona parte il nostro portiere che nelle partite precedenti parò di tutto, anche i moscerini che si aggiravano nei campi. Bene, bravo: sì, ma solo fino al penultimo atto. Perché in finale fu autore di una decisione sbagliata, alias cappella, che neanche la Sistina e la Maggiore messe insieme arrivarono a tanto. Un’uscita a vuoto, ovvero una frazione di secondo che non ci fece alzare la coppa, cancellando le sue prodezze precedenti.

Peggio ancora fece un altro nostro portiere che da solo si buttò la palla in porta in un innocuo traversone. L’ira fu tanta dei compagni che fecero a gara nel rimarcare al numero uno un errore che fantozziano è dir poco (meglio non riportare gli epiteti, anche se sono finiti in prescrizione). L’unico a non insultarlo fu il capitano. Gli si avvicinò e gli sibilò: ‘U’ la pareva ènca Bocelli’ (quella l’avrebbe parata anche Bocelli).

Siamo sempre lì, nella questione di scelte, in campo come nelle parole…

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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