Superga, Giuseppe Culicchia

Il personale omaggio ai 75 anni della tragedia più grande nel calcio italiano

Il Torino, per chi è cresciuto a San Mauro Pascoli negli anni ’70, ha sempre rivestito un suo fascino. Non capita spesso in un paesello di poco più di 7mila abitanti dove ci si conosceva tutti di veder due belle promesse del calcio crescere in quel settore giovanile che rappresentava il meglio dell’Italia. Se finivi lì dovevi essere proprio bravo. Se poi ci arrivavi da un posto di poche anime dovevi esserlo ancora di più, anche perchè internet e gli analytics erano ancora lontani dallo Zingarelli, quindi chi ti aveva segnalato aveva la vista buona.

Noi quei due li conoscevamo bene, erano più grandi di noi e sempre li abbiamo ammirati. Anche perché diciamocelo: Mirco Paganelli e Mauro Gridelli non sono mai stati due che se la tiravano. Anzi, era gente con cui parlavi molto volentieri, anche se eravamo più piccoli di loro. Dunque, nella nostra giovinezza il Torino rivestiva un’attrazione tutta speciale. A cui si aggiungeva anche un aspetto mitologico. Sapevamo infatti che chi aveva vestito quella maglia, molti anni prima, aveva vissuto una delle pagine più drammatiche del calcio e ben oltre. Sentivamo parlare di una squadra che vinceva sempre il cui capitano era il babbo di Mazzola dell’Inter. Persino mia mamma che mai ha parlato di calcio, un giorno l’ho sentita recitare la formazione a memoria di quel Torino. Non ricordo cosa facessi, so solo che la guardai ammirato perché mi pareva impossibile una cosa simile, mia mamma che citava calciatori come una filastrocca.

Quando qualche mese fa sono andato a Torino tra le “cose” da viaggio ho messo la visita a Superga. La fatale collina della tragedia dove tutto si era fermato per entrare nella storia. Il luogo sacro al quale ci arrivi su uno storico trenino e vieni rapito dalle immagini dei giocatori disposti in fila lungo la fiancata del pendio, corredate da corone di fiori e simboli del calcio, quotidianamente apposti da tifosi di ogni sponda. E poi c’è un altro luogo che ricorda quella tragedia, quasi mai citato. Il Museo del Benfica, della città laddove l’aereo ripartì, dopo l’amichevole del 3 maggio 1949 a Lisbona. Il museo all’interno della stadio riserva il doveroso omaggio a una delle squadre più forti del mondo scomparsa dopo una partita in onore di un suo giocatore, Francisco Ferreira. Ironia della sorte una cosa simile non c’è né nello stadio Grande Torino, né al Filadelfia. Per vedere il museo bisogna andare a Grugliasco.

Torino e Lisbona, dunque. I due luoghi dove si consumò un evento destinato a segnare la nostra storia, cancellando in un flash una generazione di campioni (“Possibile fosse sparita in un lampo la più bella e generosa squadra d’Italia”, scrisse la Gazzetta dello Sport). Perché il calcio, come tutti gli sport, ha la capacità di unire mondi lontani, nelle gioie e nei lutti, in un ponte di umana fraternità al di sopra di maglie e gagliardetti.

Ce lo ricorda Giuseppe Culicchia in “Superga” (Solferino editore, 2019), letto quale personale omaggio alla memoria dei 75 anni dal tragico evento. Come scrive lo scrittore torinese, “Quei ragazzi erano il meglio dell’Italia calcistica, e dato che, come sappiamo, il calcio è lo specchio del Paese, incarnavano il meglio di un’Italia che aveva un gran bisogno di tornare a credere in se stessa al di là delle divisioni che erano costate tanti morti soprattutto nei venti mesi seguiti alla vergogna dell’8 settembre”.

È un libro profondamente autobiografico, quello di Culicchia, che mette insieme intimità familiare con la vicenda storica dei granata. Tutto nasce dal padre, barbiere nella città della Mole, emigrato da Marsala dopo la guerra, tifosissimo della squadra più forte di quegli anni. In lui c’è la consapevolezza di assistere a qualcosa di straordinario in quei ragazzi, assoluti padroni del calcio, tanto da fornire dieci giocatori alla nazionale. Ma è un sogno destinato a durare poco, purtroppo come tante altre cose.

Voto 8/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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