Tifoso del West Ham per un giorno

Il racconto di un pomeriggio in uno stadio di Premier

Per un pomeriggio ho tifato Wes Ham. La squadra che non ha mai vinto un campionato, lontana dai trionfi di Arsenal, Chelsea e Tottenham. Vedere una partita di queste è impossibile a meno di non fare un mutuo e prenotare con largo anticipo i biglietti. Per il West Ham (WH) è diverso, il biglietto (comunque caro) si può acquistare due settimane prima, avendo davanti varie possibilità di scelta. Nel settore dov’ero il giorno della partita era comunque tutto pieno. Segno che sarà pure una delle squadre meno blasonate di Londra ma l’appeal non manca. Per la cronaca gli spettatori erano oltre 62mila. E parliamo di una gara tutt’altro che di cartello visto che di fronte c’era il Burnley. Classifica alla mano uno scontro salvezza in piena regola.

Per capire quale clima si respiri in uno stadio di Premier basta salire in metropolitana e notare che più ci si avvicina alla fermata fatale (Stanford) più vieni attorniato da persone con maglia, tuta o sciarpa del WH. La fermata finale è dentro un supermercato di grandi dimensioni e questo la dice lunga su come fosse stato pensato il London Stadium in occasione delle Olimpiadi di Londra del 2012. Sport sì ma con strisciata di carta di credito in pieno spirito londinese dove se ti azzardi a pagare in contanti ti guardano storto quanto un affiliato al clan dei corleonesi.

Sceso dalla metro non è necessario sapere dove si trovi lo stadio. Basta seguire l’immensa folla di persone orientata in un’unica direzione. Ogni tanto sbuca qualche venditore ambulante dall’ugola allenata che ti propone la sciarpa della squadra. Col senno di poi ho il rimpianto di non averla acquistata per il memento della giornata. Dell’immensa massa colpisce la tipologia umana dalle età più disparate con tantissimi genitori e nonni, figli e nipoti al seguito. Le famose famiglie allo stadio tanto decantate in Italia sono realtà da tempo in Inghilterra. Nel seguire il flusso, all’improvviso da lontano ti appare il London Stadium una magnifica struttura affiancata dall’Arcelor mirror orbit, una contorta scultura di 115 metri pensata sempre in occasione delle Olimpiadi.

Lo Stadium è suddiviso per aree contrassegnate da una lettera d’ingresso (H la mia), seguite da blocchi. Ognuno dispone di un bar immerso da capannelli di persone che parlano e discutono con una birra in mano nel bicchiere di plastica. Di acqua e tè poche tracce. Intorno c’è anche uno schermo di medie dimensioni, anche questo molto affollato, che trasmette l’anticipo della giornata. Sabato 8 novembre proponeva una gara di cartello: Tottenham -Manchester United. Capisci da quale parte pendano i tifosi del WH quando al 96’ senti un boato di gioia per la rete in pieno recupero di De Light, che chiude la gara sul 2-2.

La salita nella tribuna è un ascensione verso le alture del calcio che conta. Sarai pure a vedere una partita che non lascerà tracce nella storia eppure ti senti immerso dentro qualcosa di grande. Te ne accorgi nel minuto di silenzio prima del match per la commemorazione delle vittime delle guerre (Remembrance Sunday). Al centro del campo le forze armate in un silenzio rotto dal suono di una tromba celebrativa che mette i brividi. Tutti in piedi, nessun vociare, neanche un applauso.

Pochi secondi e parte la festa con l’inno del WH (I’m Forever Blowing Bubbles) cantato da un intero stadio con le caratteristiche bolle di sapone a invadere il terreno di gioco. Nelle tribune neanche uno striscione e neppure una bandiera, cosa che manderebbe in crisi di identità non pochi sbandieratori negli stadi italiani, ai quali va la mia fraterna solidarietà alle loro braccia tra i “lavori” più usuranti del XXI secolo.

Poi ci sono i vicini di posto. E qui capisci il melting del calcio britannico. Dietro avevo un cinese che urlava come un ossesso al più banale gesto tecnico, esaltato addirittura da uno stop che avrei potuto fare anch’io. Al fianco un gruppetto di giovani spagnoli che hanno fatto più foto del loro battesimo, comunione e cresime messi insieme. Sul loro matrimonio ancora non mi pronuncio. Davanti, due indiani con un recipiente di popcorn da multisala e al loro fianco una famiglia con tre generazioni di tifosi del WH: nonno, babbo e figlio piccolo. Davvero magnifici.

Ci sarebbe da raccontare anche la partita. Che termina con la vittoria del West Ham per 3-2 sul Burnely e lo aggancia al terzultimo posto. Al di là dei tanti gol, la gara ha evidenziato chiari limiti tecnici di entrambe, ma sono dettagli di una giornata che personalmente ricorderò per altro.

Anche perché il pomeriggio ha riservato anche un altro dettaglio non indifferente. L’uscita degli oltre 60mila dallo Stadium. Un deflusso immenso regolamentato da operatori in pettorina gialla che incanalavano l’immensa folla specifiche direzioni. Per evitare eccessivi assembramenti a un certo punto bloccavano la folla con un cartello “stop” seguito da un cordone di operatori a braccetto per non fare passare nessuno. Capitava così di vedere gruppi di amici spezzati in due. Partiva allora un curioso countdown tra i “dentro” e “fuori” con tanto di cori a scandire il tempo dalla riapertura del passaggio con il cartello “Go”.

Tutto studiato attentamente, poco lasciato al caso. Non a caso si chiama Premier e non Minor.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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