Uno sterminio di stelle, Loriano Macchiavelli

Se la costruzione di uno stadio diviene lo scenario di un omicidio

Si parla tanto di stadi e della difficoltà nel realizzarne di nuovi. Perché c’è una burocrazia che soffoca, le varianti sono mille, costano tanto e richiedono betoniere di cemento in cambio di tanto commerciale. Nel frattempo stiamo a guardare ciò che succede oltreconfine al ritmo del mantra “dobbiamo fare come loro”. Facile a parole, poi quando è ora di passare ai fatti apriti cielo. La questione è diventata tanto dirimente da finire persino nella storia di uno degli autori principi del poliziesco, Loriano Macchiavelli. Se venisse a sapere che ho utilizzato un vocabolo così alto (principe) quanto meno si arrabbierebbe. Come disse una volta, infatti, i padri del poliziesco in Italia sono De Angelis e Scerbanenco, gli altri sono venuti dopo. Ma qui siamo nel piano delle disquisizioni.

E allora torniamo all’autore di Sarti Antonio, cognome prima del nome non casuale. Nella sua sterminata produzione letteraria, per fortuna tutta ristampata da Einaudi, nel 2017 ha dato alle stampe a “Uno sterminio di stelle” (Mondadori, pp. 316). I fatti avvengono sempre nella “sua” Bologna, dove si riconosce sempre di meno. La città pensa in grande e nella periferia fra Villanova e Colonga sogna un nuovo stadio. Che poi sognare non è la parola giusta, in quanto le ruspe iniziano a scavare realmente. Il luogo dove dovrebbe sorgere ha un passato di oltre venti secoli e i romani lì qualcosa avevano fatto. “I tifosi che lo frequenteranno (lo stadio, nda) avvertiranno aleggiare sull’arena la mitologia della Storia e, nell’attimo in cui il moderno gladiatore spedirà il pallone in rete, abbasseranno il pollice per decretare la morte dell’avversario”, ironizza l’autore. Solo che questa storia qualche problema lo dà sotto forma di reperti archeologici ritrovati. Ai quali si aggiunge persino un cadavere, non di un personaggio storico ma fresco d’attualità.

E qui prende le mosse il romanzo che ancora una volta mette in luce tutti gli ingredienti della serie che vede protagonista il questurino Sarti Antonio: l’amico anarchico Rosas nelle vesti di operatore della Soprintendenza alle Belle Arti; il difficile rapporto col mediocre superiore della questura Raimondi Cesare; una Bologna sotterranea che nasconde tanto e ha molto da raccontare; la malavita che allunga i tentacoli sulle grandi opere del nord per smistare la grande mole di denaro che possiede; una improbabile galleria di personaggi che non basterebbero una selva di pittori nel tratteggiarli.

Questo è romanzo che col calcio c’entra nulla. Eppure è una grande opera come uno stadio a dare il la al plot. È la scusa per raccontare una Bologna che non se la passa tanto bene: triste, sporca, arrabbiata e un futuro nebuloso. E pensare che un tempo si vantava di essere “la grassa”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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